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Fare figli non è solo questione di soldi: la lezione globale per l’Italia

Dall’Indonesia alla Svezia, i nuovi dati mostrano che il crollo delle nascite si contrasta con desiderio, flessibilità e salute materna, non solo con assegni.

Il dato più eloquente arriva da Giacarta: secondo l’ultimo censimento intermedio, il tasso di fecondità indonesiano è sceso a 2,13 figli per donna, sfiorando la soglia di rimpiazzo generazionale. Un traguardo che molti Paesi europei, Italia compresa, hanno già mancato da tempo, ma che nel grande arcipelago asiatico assume un significato duplice. Da un lato conferma il successo delle politiche di pianificazione familiare; dall’altro accende un allarme sulla qualità del capitale umano. Gli analisti indonesiani avvertono: non serve solo più popolazione, servono cittadini sani, istruiti e adattivi, perché la vera posta in gioco è trasformare la transizione demografica in un vantaggio competitivo. E qui si inserisce un paradosso: mentre la fecondità cala, la mortalità materna resta a 144 decessi ogni 100mila nati vivi, ben lontana dall’obiettivo di 70 fissato dall’Agenda 2030. Investire in salute riproduttiva, dicono da Yogyakarta, è il prerequisito per ogni discorso sulla natalità.

Che il problema non sia soltanto economico lo rivela con chiarezza un sondaggio canadese. Se ogni giovane coppia potesse realizzare la famiglia desiderata, il Paese quasi raggiungerebbe il tasso di sostituzione. Il divario tra fecondità voluta e fecondità realizzata è profondo, e parla di ostacoli che i pur generosi assegni familiari non scalfiscono: insicurezza abitativa, precarietà lavorativa, mancanza di tempo. Una voce dall’Australia, quella di una madre di otto figli, lo traduce in esperienza vissuta: la scelta di accogliere una vita non si compra con un bonus, affonda le radici nel significato, nelle relazioni, nella speranza verso il futuro. Finché il dibattito pubblico ignorerà queste molle interiori, ogni incentivo rischia di cadere nel vuoto.

Dalla Svezia arriva un tassello decisivo per ricomporre il mosaico. La ricerca su 38 Paesi mostra che la possibilità di lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana si associa a una fecondità più alta, sia pianificata sia effettiva. Durante la pandemia, in Norvegia, le donne con occupazioni flessibili hanno fatto più figli. Non è la bacchetta magica, precisano gli studiosi scandinavi, ma un ingrediente di una ricetta più ampia: la domanda non è solo “quanto mi dai”, ma “come si incastra la vita in un martedì qualunque”. Il telelavoro riduce lo stress logistico, ricuce i tempi familiari, restituisce margine di manovra a chi vorrebbe un figlio ma non vede come organizzare le giornate.

Per l’Italia, intrappolata in un inverno demografico che sembra irreversibile, queste esperienze disegnano una rotta possibile. Non bastano assegni unici o detrazioni: servono infrastrutture di conciliazione, dai nidi alla flessibilità oraria, e un investimento massiccio nella salute materna, perché il desiderio di genitorialità possa tradursi in progetto senza paura. La lezione che arriva da Jakarta, Toronto, Sydney e Stoccolma è che la natalità si sostiene solo quando la società intera – non solo il portafoglio – si fa accogliente. E in un’Europa che invecchia, dove ogni culla vuota pesa sul welfare e sulla crescita, capirlo non è più rinviabile.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 3 lingue

32%
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Stampa atlantica / anglosferaStampa sud-est asiatica
Stampa atlantica / anglosfera
scetticismopragmatismo

La scelta di avere figli nasce dalla ricerca di significato e realizzazione personale, non da semplici calcoli finanziari. Sondaggi mostrano che molti accoglierebbero volentieri più figli se fossero rimossi gli ostacoli concreti, ma le politiche tendono a ignorare queste motivazioni profonde. Affrontare il calo delle nascite richiede di capire i motivi per cui le persone abbracciano la genitorialità, non solo offrendo bonus.

Stampa sud-est asiatica
allarmepragmatismourgenza

Il calo delle nascite è oscurato da un’alta mortalità materna: in Indonesia il tasso è ancora 144 per 100.000 nati vivi, lontano dall’obiettivo SDG di 70. La transizione demografica, con una fecondità totale scesa a 2,13, impone di passare dalla quantità alla costruzione di capitale umano di qualità. La priorità è trasformare questo mutamento in un vantaggio nazionale, investendo in salute, istruzione e produttività.

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lunedì 15 giugno 2026

Fare figli non è solo questione di soldi: la lezione globale per l’Italia

Dall’Indonesia alla Svezia, i nuovi dati mostrano che il crollo delle nascite si contrasta con desiderio, flessibilità e salute materna, non solo con assegni.

Il dato più eloquente arriva da Giacarta: secondo l’ultimo censimento intermedio, il tasso di fecondità indonesiano è sceso a 2,13 figli per donna, sfiorando la soglia di rimpiazzo generazionale. Un traguardo che molti Paesi europei, Italia compresa, hanno già mancato da tempo, ma che nel grande arcipelago asiatico assume un significato duplice. Da un lato conferma il successo delle politiche di pianificazione familiare; dall’altro accende un allarme sulla qualità del capitale umano. Gli analisti indonesiani avvertono: non serve solo più popolazione, servono cittadini sani, istruiti e adattivi, perché la vera posta in gioco è trasformare la transizione demografica in un vantaggio competitivo. E qui si inserisce un paradosso: mentre la fecondità cala, la mortalità materna resta a 144 decessi ogni 100mila nati vivi, ben lontana dall’obiettivo di 70 fissato dall’Agenda 2030. Investire in salute riproduttiva, dicono da Yogyakarta, è il prerequisito per ogni discorso sulla natalità.

Che il problema non sia soltanto economico lo rivela con chiarezza un sondaggio canadese. Se ogni giovane coppia potesse realizzare la famiglia desiderata, il Paese quasi raggiungerebbe il tasso di sostituzione. Il divario tra fecondità voluta e fecondità realizzata è profondo, e parla di ostacoli che i pur generosi assegni familiari non scalfiscono: insicurezza abitativa, precarietà lavorativa, mancanza di tempo. Una voce dall’Australia, quella di una madre di otto figli, lo traduce in esperienza vissuta: la scelta di accogliere una vita non si compra con un bonus, affonda le radici nel significato, nelle relazioni, nella speranza verso il futuro. Finché il dibattito pubblico ignorerà queste molle interiori, ogni incentivo rischia di cadere nel vuoto.

Dalla Svezia arriva un tassello decisivo per ricomporre il mosaico. La ricerca su 38 Paesi mostra che la possibilità di lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana si associa a una fecondità più alta, sia pianificata sia effettiva. Durante la pandemia, in Norvegia, le donne con occupazioni flessibili hanno fatto più figli. Non è la bacchetta magica, precisano gli studiosi scandinavi, ma un ingrediente di una ricetta più ampia: la domanda non è solo “quanto mi dai”, ma “come si incastra la vita in un martedì qualunque”. Il telelavoro riduce lo stress logistico, ricuce i tempi familiari, restituisce margine di manovra a chi vorrebbe un figlio ma non vede come organizzare le giornate.

Per l’Italia, intrappolata in un inverno demografico che sembra irreversibile, queste esperienze disegnano una rotta possibile. Non bastano assegni unici o detrazioni: servono infrastrutture di conciliazione, dai nidi alla flessibilità oraria, e un investimento massiccio nella salute materna, perché il desiderio di genitorialità possa tradursi in progetto senza paura. La lezione che arriva da Jakarta, Toronto, Sydney e Stoccolma è che la natalità si sostiene solo quando la società intera – non solo il portafoglio – si fa accogliente. E in un’Europa che invecchia, dove ogni culla vuota pesa sul welfare e sulla crescita, capirlo non è più rinviabile.

Divergenza delle fonti

Economia · 4 testate · 3 lingue

32%Media

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Favorevole20%
Critico80%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 3 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa sud-est asiatica
Stampa atlantica / anglosfera
scetticismopragmatismo

La scelta di avere figli nasce dalla ricerca di significato e realizzazione personale, non da semplici calcoli finanziari. Sondaggi mostrano che molti accoglierebbero volentieri più figli se fossero rimossi gli ostacoli concreti, ma le politiche tendono a ignorare queste motivazioni profonde. Affrontare il calo delle nascite richiede di capire i motivi per cui le persone abbracciano la genitorialità, non solo offrendo bonus.

Stampa sud-est asiatica
allarmepragmatismourgenza

Il calo delle nascite è oscurato da un’alta mortalità materna: in Indonesia il tasso è ancora 144 per 100.000 nati vivi, lontano dall’obiettivo SDG di 70. La transizione demografica, con una fecondità totale scesa a 2,13, impone di passare dalla quantità alla costruzione di capitale umano di qualità. La priorità è trasformare questo mutamento in un vantaggio nazionale, investendo in salute, istruzione e produttività.

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