
Paesi baltici spingono per lo stop al petrolio russo, ma il dossier resta in bilico
La richiesta di Estonia, Lettonia e Lituania all’Ue si scontra con le incertezze sullo Stretto di Hormuz e le resistenze di Ungheria e Slovacchia.
I tre Paesi baltici hanno chiesto all’Unione europea di accelerare la messa a punto di un divieto all’importazione di petrolio russo, durante la riunione dei ministri dell’Energia del 26 giugno. L’iniziativa, riferita da fonti vicine ai colloqui, arriva dopo che la proposta di embargo, attesa per metà aprile, era stata ritirata dall’agenda preliminare della Commissione a marzo, in seguito al blocco dello Stretto di Hormuz causato dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo Bruxelles, la riapertura parziale del corridoio, favorita dal memorandum d’intesa firmato a distanza da Washington e Teheran il 17 giugno, riduce il rischio di penuria di carburante per l’aviazione in Europa, ma il cessate il fuoco è già stato violato con scambi di colpi e un attacco a una nave mercantile, mantenendo elevata l’incertezza sugli approvvigionamenti globali.
La posizione dei baltici è condivisa da Varsavia: il ministro polacco Wrochna ha dichiarato che la Polonia punta a eliminare le importazioni di greggio russo entro fine anno, accettando i possibili rincari come «prezzo da pagare per l’indipendenza energetica». Sul fronte opposto, Budapest e Bratislava, fortemente dipendenti dal petrolio russo, potrebbero opporsi al nuovo embargo, anche se i singoli Stati membri non dispongono del diritto di veto su questa misura. Il commissario europeo all’Energia, Jørgensen, non ha commentato la richiesta durante la seduta a porte chiuse, limitandosi a osservare che, anche in caso di accordo, ci vorranno mesi per normalizzare il mercato petrolifero e anni per quello del gas.
Il dossier si inserisce in un quadro sanzionatorio già avanzato: l’Ue ha approvato lo stop al gas naturale liquefatto russo dal 2027 e al gasdotto dal settembre dello stesso anno, con multe fino a 40 milioni di euro per le imprese. Sul petrolio, il meccanismo del price cap – ridotto progressivamente fino a 44,1 dollari al barile – ha limitato i ricavi di Mosca, ma non ha interrotto i flussi verso le raffinerie dell’Europa centrale. Per l’Italia, che ha azzerato gli arrivi di greggio russo via mare già nel 2022, un embargo totale avrebbe effetti contenuti sugli approvvigionamenti diretti, ma potrebbe incidere sui prezzi dei prodotti raffinati e sulla stabilità del mercato mediterraneo, in un momento in cui il Brent è sceso sotto i 75 dollari proprio per le attese di un ritorno del petrolio iraniano.
Washington, nel frattempo, ha avviato colloqui con Ungheria e Slovacchia per incoraggiare l’abbandono delle forniture russe, come confermato dal segretario di Stato Rubio. Mosca, da parte sua, ha messo in guardia contro un embargo totale, evocando rincari e il ricorso a intermediari. La Commissione europea non ha ancora calendarizzato una nuova discussione sul divieto, e l’evoluzione del dossier dipenderà dalla tenuta della tregua nello Stretto di Hormuz e dalla capacità di Bruxelles di trovare un equilibrio tra le pressioni dei Paesi più determinati e le esigenze di quelli che temono un’impennata dei costi energetici.
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Dopo la tregua nel Golfo, i Paesi baltici stanno facendo pressione su Bruxelles per riprendere il piano congelato di embargo sul petrolio russo. La proposta era stata rinviata per timori di una crisi energetica, ma ora i tre Stati sollecitano l'UE ad agire.
I Paesi baltici cercano di sfruttare la calma temporanea nel Golfo per imporre un divieto sul petrolio russo, ma l'UE è profondamente divisa. Ungheria e Slovacchia si oppongono, e la Commissione europea tace. L'iniziativa ignora il rischio concreto di una nuova crisi energetica e la difficoltà di sostituire le forniture russe.
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