
Oltre mille visti russi per i 'valori tradizionali': 100 italiani tra i beneficiari
Mosca ha rilasciato 1.112 visti a cittadini di Paesi considerati ostili che condividono i principi conservatori del Cremlino, mentre l'Ue valuta un controverso divieto d'ingresso per i soldati russi.
Nel 2025, primo anno completo di applicazione del decreto presidenziale firmato da Vladimir Putin nell'agosto 2024, la Russia ha concesso 1.112 visti a stranieri provenienti da Paesi che "impongono orientamenti ideologici neoliberali distruttivi, contrari ai valori spirituali e morali tradizionali russi". Lo ha comunicato il direttore del dipartimento consolare del ministero degli Esteri di Mosca, Alexei Klimov, precisando che oltre la metà dei beneficiari sono cittadini dell'Unione Europea. In cima alla lista figurano Germania (168 visti), Francia (140) e Stati Uniti (105), seguiti dall'Italia con esattamente cento visti. Completano il quadro Estonia, Lettonia, Canada, Lituania e Australia, tutti Paesi inseriti nell'elenco governativo di Stati che promuovono politiche "woke" incompatibili con la visione del Cremlino.
Il visto, della durata di tre mesi ma rinnovabile fino alla residenza permanente, rappresenta uno strumento di soft power che Mosca utilizza per attrarre cittadini occidentali critici verso le trasformazioni sociali in corso nelle loro democrazie. Secondo gli analisti di Bruxelles, l'iniziativa si inserisce in una più ampia strategia di guerra culturale, che sfrutta le fratture interne alle società liberali per costruire una narrazione di accoglienza alternativa. Non sorprende che l'Italia compaia tra i primi cinque Paesi per numero di visti rilasciati: il dibattito italiano sui temi della famiglia, del genere e dell'immigrazione offre un terreno fertile per il messaggio conservatore promosso da Mosca, che si presenta come baluardo della civiltà cristiana e della sovranità nazionale.
Parallelamente, sul fronte opposto, l'Unione Europea sta discutendo la possibilità di vietare i visti turistici ai cittadini russi che hanno partecipato all'"operazione militare speciale" in Ucraina. La proposta, avanzata dall'alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, si scontra però con ostacoli giuridici e tecnici non trascurabili. Secondo gli esperti di diritto comunitario, un divieto collettivo basato sulla partecipazione a un conflitto violerebbe i principi fondamentali della politica visti dell'Ue, che richiede valutazioni individuali. Inoltre, come ha sottolineato il giurista Vadim Voinikov dell'Università di Kaliningrad, l'identificazione di centinaia di migliaia di ex combattenti risulta tecnicamente complessa, rendendo la misura più un gesto politico che una reale barriera.
Le due vicende, seppur asimmetriche, rivelano una tendenza comune: la trasformazione della mobilità transfrontaliera in un'arma di pressione ideologica. Da un lato, il Cremlino apre le porte a chi ne abbraccia la retorica valoriale; dall'altro, le istituzioni europee cercano di erigere muri selettivi contro i cittadini russi coinvolti nella guerra. In questo scambio di messaggi, il diritto internazionale e le procedure consolari rischiano di diventare semplici strumenti di propaganda, mentre i cittadini – italiani inclusi – si trovano al centro di un braccio di ferro che utilizza i visti come moneta di scambio in un conflitto ben più ampio.
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La Russia offre sostegno umanitario agli stranieri che rifiutano l'agenda neoliberale distruttiva e abbracciano i valori tradizionali. Nel 2025, oltre 1.100 persone provenienti da paesi occidentali hanno ottenuto questo visto, con tedeschi, francesi e statunitensi in testa. Il dato dimostra l'attrattiva della posizione morale russa.
Mosca sostiene di aver rilasciato più di mille visti 'anti-woke' a occidentali in cerca di rifugio dalle politiche liberali. Il programma, lanciato da Putin, si rivolge a cittadini di paesi che imporrebbero valori neoliberali distruttivi. Le cifre sono presentate come un successo, ma l'iniziativa è ampiamente vista come uno strumento di propaganda per attrarre conservatori stranieri.
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