
Obama inaugura il suo centro a Chicago: star, ex presidenti e l’ombra di Trump
L’apertura dell’Obama Presidential Center riunisce tre ex presidenti e icone della musica, ma l’assenza di Donald Trump e le tensioni politiche segnano la vigilia del 250° anniversario americano.
Sotto una pioggia intermittente che non ha scoraggiato le migliaia di invitati, Barack e Michelle Obama hanno inaugurato giovedì 18 giugno a Chicago il centro presidenziale che porta il loro nome, un campus di granito e vetro affacciato sul lago Michigan, pensato come un laboratorio di democrazia e cultura nel cuore del South Side. Sul palco allestito a Jackson Park si sono alternati Bruce Springsteen, Stevie Wonder, Christina Aguilera, Bono e The Edge degli U2, John Legend e Jennifer Hudson, in una cerimonia trasmessa in diretta streaming che ha trasformato la metropoli dell’Illinois nella capitale morale di un’America in cerca di radici. Accanto alla coppia presidenziale sedevano Bill Clinton, George W. Bush e Joe Biden con le rispettive consorti – un’immagine di continuità istituzionale che, secondo gli osservatori europei, ha offerto al mondo una rara fotografia di unità bipartisan, proprio mentre il paese si prepara a celebrare i due secoli e mezzo dall’Indipendenza.
L’assenza più vistosa, tuttavia, è stata quella di Donald Trump, non invitato e anzi critico feroce del progetto, da lui bollato come una «discarica» sui social. La Casa Bianca ha colto l’occasione per rivendicare i cantieri federali portati a termine «in tempo e nel budget» sotto la guida del «Builder-in-Chief», contrapponendoli ai ritardi e ai costi – 850 milioni di dollari, dieci anni di gestazione – del centro Obama. Una polemica che, nella lettura degli analisti latinoamericani, riflette la frattura profonda di una nazione dove la memoria presidenziale diventa terreno di scontro politico, mentre da Pechino si osserva con distacco il paradosso di una superpotenza che monumentalizza il proprio passato recente senza riuscire a pacificarlo.
Michelle Obama ha rubato la scena con un discorso intimo e politico, ricordando gli attacchi razzisti e le teorie complottiste subite dal marito – dalle false accuse sul luogo di nascita alle insinuazioni sulla fede – e lodandone la compostezza: «Otto anni nel crogiolo, e non ti sei mai sciolto al calore, non ti sei mai indurito». La frase ha strappato lacrime all’ex presidente e ha scatenato l’entusiasmo della platea quando ha citato, con evidente frecciata a Trump, «la vittoria di un premio per la pace», il Nobel del 2009 che tanto ossessiona l’attuale inquilino della Casa Bianca. Barack Obama, dal canto suo, ha scelto un registro solenne, ricordando che i Padri Fondatori «mancarono terribilmente» le promesse della Dichiarazione d’Indipendenza lasciando intatta la schiavitù, ma ebbero la genialità di consegnare alle generazioni future una Costituzione e un Bill of Rights capaci di correggere la rotta. «Nessuno è al di sopra della legge», ha scandito, in un passaggio che i media mediorientali hanno interpretato come un monito neppure troppo velato all’attuale amministrazione.
Il centro – che apre al pubblico il 19 giugno, data simbolica del Juneteenth, la festa che celebra la fine della schiavitù – non è una biblioteca presidenziale in senso classico, bensì un ibrido tra museo, spazio civico e incubatore di leadership giovanile, con campi da basket, studi di registrazione e una biblioteca pubblica. La scelta del South Side, quartiere povero e a lungo marginalizzato dove Obama ha vissuto e lavorato come community organizer, è stata letta in Europa come un tentativo di riconnettere la narrazione presidenziale con le periferie dimenticate dalla globalizzazione, un gesto che parla anche alle città italiane alle prese con le proprie disuguaglianze urbane. Eppure, come ricordano le cronache brasiliane, il progetto non è stato esente da critiche: associazioni locali hanno denunciato rischi di gentrificazione e lo sradicamento di comunità storiche, un dibattito che accompagna quasi ogni grande opera rigenerativa negli Stati Uniti.
Mentre l’America si specchia nel traguardo dei 250 anni, il centro Obama si propone come un’affermazione della democrazia come «esperimento mai garantito», per usare le parole dell’ex presidente. La sua apertura, in un momento in cui il paese è attraversato da tensioni sullo stato di diritto e sul ruolo internazionale – dall’accordo con l’Iran agli equilibri nel Pacifico –, assume i contorni di un investimento simbolico sul futuro. Resta da vedere se questo campus riuscirà davvero a diventare, come auspicato dai suoi fondatori, una «celebrazione vivente della comunità», o se rimarrà un monumento conteso in una guerra culturale che non risparmia nemmeno la memoria.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il Centro Presidenziale Obama apre a Chicago con un evento pieno di star ed ex presidenti, ma il suo modello di finanziamento privato viene già sfruttato da Trump per aggirare le norme tradizionali delle biblioteche presidenziali. Il centro è celebrato come monumento all'eredità di Obama e un beneficio per la comunità, ma il precedente che crea solleva preoccupazioni sulla responsabilità futura.
Il Centro Presidenziale Obama da 850 milioni di dollari apre a Chicago con leggende della musica, ma i residenti locali sono spaventati dalla sua portata e dai costi. La cerimonia vede la partecipazione di icone globali come Springsteen e Bono, eppure il progetto ha suscitato paura e controversie nella comunità circostante.
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