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Giustizia e Dirittomercoledì 24 giugno 2026

Netanyahu chiude la deposizione dopo 98 udienze: il processo entra nella fase finale

Il primo ministro israeliano ha concluso la propria testimonianza in tre casi di corruzione, mentre il dibattimento si sposta sui testimoni della difesa e la sentenza resta lontana.

Benjamin Netanyahu ha terminato mercoledì la sua deposizione nel processo penale che lo vede imputato dal 2020, dopo 98 giornate di udienza distribuite in circa diciassette mesi. È la prima volta che un capo di governo in carica in Israele affronta un dibattimento per accuse di corruzione. L’atto istruttorio, avviato nel novembre 2019 dall’allora procuratore generale, si articola in tre filoni: il Caso 1000 (frode e abuso di fiducia per regali di lusso ricevuti da imprenditori come il produttore hollywoodiano Arnon Milchan e il miliardario australiano James Packer), il Caso 2000 (frode e abuso di fiducia per un presunto accordo con l’editore di Yedioth Ahronoth volto a ottenere una copertura favorevole in cambio di misure contro il quotidiano concorrente Israel Hayom) e il Caso 4000, il più grave, che contesta al premier accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia per favori regolatori concessi al gruppo Bezeq in cambio di una narrazione positiva sul sito Walla.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, sostenuta da documenti, registrazioni e testimonianze, i tre episodi disegnerebbero un modello in cui relazioni personali, interessi mediatici e decisioni di governo convergevano sistematicamente. Netanyahu ha sempre respinto ogni addebito, definendo l’inchiesta una «caccia alle streghe» politica e paragonando i magistrati alla Stasi. Nella sua ultima udienza ha parlato di «dieci anni di inferno» e ha insistito sul carattere ordinario dei rapporti con Milchan e delle interlocuzioni con gli editori, negando di aver mai impartito direttive per condizionare la stampa. La difesa punta a dimostrare che i regali rientravano in un’amicizia privata e che le conversazioni con l’editore Mozes erano parte di una normale dialettica politica, non di un patto corruttivo.

Il processo, più volte rinviato per ragioni di sicurezza legate ai conflitti a Gaza, in Libano e più di recente alla guerra con l’Iran, entra ora in una fase istruttoria che vedrà sfilare i restanti testimoni della difesa, per poi passare alle memorie conclusive davanti al collegio del Tribunale distrettuale di Gerusalemme. Una sentenza non è attesa prima di diversi mesi. Sul piano politico, la chiusura della deposizione arriva in un momento di particolare fragilità per Netanyahu: sondaggi condotti dall’Università Ebraica di Gerusalemme indicano che oltre il 92 per cento degli israeliani ritiene che l’Iran abbia prevalso nell’ultimo conflitto e che la fiducia nel premier sia scesa dal 40,5 per cento di marzo al 29,4 per cento di giugno. Permane inoltre un diffuso malcontento per le falle di sicurezza emerse il 7 ottobre 2023.

Agli occhi degli analisti israeliani, la credibilità del primo ministro resta il perno del procedimento: i pubblici ministeri hanno cercato di dimostrare che i vuoti di memoria e la frammentazione dei fatti offerta dall’imputato non reggono se letti in sequenza. La prosecuzione del dibattimento, con il trasferimento definitivo a Gerusalemme dopo le udienze a Tel Aviv disposte per esigenze di protezione, lascia aperta la questione della governabilità nel caso di un’eventuale condanna, che potrebbe teoricamente comportare pene detentive. Il dossier giudiziario si intreccia così con un calendario elettorale che vede Netanyahu intenzionato a ricandidarsi in ottobre, mentre il consenso popolare e la tenuta della coalizione restano incerti.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 4 lingue

28%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa iraniana e affiniStampa israeliana
Stampa iraniana e affini/ Regime
IndignazioneSchadenfreudeRevanscismo

Il primo ministro del regime sionista ha concluso la sua deposizione dopo 98 udienze in 17 mesi, in un processo per corruzione che lo vede come primo capo di governo in carica a essere processato. Le accuse includono frode, abuso di fiducia e tangenti, con regali di lusso da miliardari. Netanyahu parla di '10 anni infernali' e denuncia motivazioni politiche, ma per Teheran è l'ennesima prova della corruzione del regime.

Stampa israeliana/ Critica
ScetticismoPragmatismo

Netanyahu ha completato la sua testimonianza dopo 98 giorni di udienza; il controinterrogatorio dell'accusa è durato 59 giorni. Il processo ora proseguirà con i testimoni della difesa rimanenti, poi le memorie conclusive, e una sentenza non è attesa a breve. Al centro del caso resta la credibilità del primo ministro, analizzata senza toni trionfali ma con scetticismo pragmatico.

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Netanyahu chiude la deposizione dopo 98 udienze: il processo entra nella fase finale

Il primo ministro israeliano ha concluso la propria testimonianza in tre casi di corruzione, mentre il dibattimento si sposta sui testimoni della difesa e la sentenza resta lontana.

Benjamin Netanyahu ha terminato mercoledì la sua deposizione nel processo penale che lo vede imputato dal 2020, dopo 98 giornate di udienza distribuite in circa diciassette mesi. È la prima volta che un capo di governo in carica in Israele affronta un dibattimento per accuse di corruzione. L’atto istruttorio, avviato nel novembre 2019 dall’allora procuratore generale, si articola in tre filoni: il Caso 1000 (frode e abuso di fiducia per regali di lusso ricevuti da imprenditori come il produttore hollywoodiano Arnon Milchan e il miliardario australiano James Packer), il Caso 2000 (frode e abuso di fiducia per un presunto accordo con l’editore di Yedioth Ahronoth volto a ottenere una copertura favorevole in cambio di misure contro il quotidiano concorrente Israel Hayom) e il Caso 4000, il più grave, che contesta al premier accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia per favori regolatori concessi al gruppo Bezeq in cambio di una narrazione positiva sul sito Walla.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, sostenuta da documenti, registrazioni e testimonianze, i tre episodi disegnerebbero un modello in cui relazioni personali, interessi mediatici e decisioni di governo convergevano sistematicamente. Netanyahu ha sempre respinto ogni addebito, definendo l’inchiesta una «caccia alle streghe» politica e paragonando i magistrati alla Stasi. Nella sua ultima udienza ha parlato di «dieci anni di inferno» e ha insistito sul carattere ordinario dei rapporti con Milchan e delle interlocuzioni con gli editori, negando di aver mai impartito direttive per condizionare la stampa. La difesa punta a dimostrare che i regali rientravano in un’amicizia privata e che le conversazioni con l’editore Mozes erano parte di una normale dialettica politica, non di un patto corruttivo.

Il processo, più volte rinviato per ragioni di sicurezza legate ai conflitti a Gaza, in Libano e più di recente alla guerra con l’Iran, entra ora in una fase istruttoria che vedrà sfilare i restanti testimoni della difesa, per poi passare alle memorie conclusive davanti al collegio del Tribunale distrettuale di Gerusalemme. Una sentenza non è attesa prima di diversi mesi. Sul piano politico, la chiusura della deposizione arriva in un momento di particolare fragilità per Netanyahu: sondaggi condotti dall’Università Ebraica di Gerusalemme indicano che oltre il 92 per cento degli israeliani ritiene che l’Iran abbia prevalso nell’ultimo conflitto e che la fiducia nel premier sia scesa dal 40,5 per cento di marzo al 29,4 per cento di giugno. Permane inoltre un diffuso malcontento per le falle di sicurezza emerse il 7 ottobre 2023.

Agli occhi degli analisti israeliani, la credibilità del primo ministro resta il perno del procedimento: i pubblici ministeri hanno cercato di dimostrare che i vuoti di memoria e la frammentazione dei fatti offerta dall’imputato non reggono se letti in sequenza. La prosecuzione del dibattimento, con il trasferimento definitivo a Gerusalemme dopo le udienze a Tel Aviv disposte per esigenze di protezione, lascia aperta la questione della governabilità nel caso di un’eventuale condanna, che potrebbe teoricamente comportare pene detentive. Il dossier giudiziario si intreccia così con un calendario elettorale che vede Netanyahu intenzionato a ricandidarsi in ottobre, mentre il consenso popolare e la tenuta della coalizione restano incerti.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

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Critico83%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 4 lingue

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Stampa iraniana e affiniStampa israeliana
Stampa iraniana e affini/ Regime
IndignazioneSchadenfreudeRevanscismo

Il primo ministro del regime sionista ha concluso la sua deposizione dopo 98 udienze in 17 mesi, in un processo per corruzione che lo vede come primo capo di governo in carica a essere processato. Le accuse includono frode, abuso di fiducia e tangenti, con regali di lusso da miliardari. Netanyahu parla di '10 anni infernali' e denuncia motivazioni politiche, ma per Teheran è l'ennesima prova della corruzione del regime.

Stampa israeliana/ Critica
ScetticismoPragmatismo

Netanyahu ha completato la sua testimonianza dopo 98 giorni di udienza; il controinterrogatorio dell'accusa è durato 59 giorni. Il processo ora proseguirà con i testimoni della difesa rimanenti, poi le memorie conclusive, e una sentenza non è attesa a breve. Al centro del caso resta la credibilità del primo ministro, analizzata senza toni trionfali ma con scetticismo pragmatico.

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