
Il volo fragile dell’uomo ragno: quando l’abisso diventa spettacolo globale
La morte del climber yemenita in un cratere bollente, un operaio soffocato in un pozzo in Ghana e una fenditura brasiliana virale compongono un’unica mappa della nostra vulnerabilità, tra miseria e ricerca di like.
Non era mai stato un video a tradirlo, ma la pietra lavica su cui camminava. Qaqaa bin Antar, trentenne yemenita ribattezzato dai suoi follower «lo Spiderman dello Yemen», è precipitato nella gola ribollente del cratere di Haradhah Damt, nella provincia di al-Dhali‘, mentre eseguiva l’ennesima scalata senza imbracatura. Il corpo è stato recuperato solo quindici ore più tardi, in un’operazione resa quasi impossibile dall’acqua sulfurea a temperature estreme e dalle pareti friabili. Nei giorni successivi alla tragedia, un filmato ha cominciato a circolare sui social arabi spacciandosi per l’istante della caduta, ma una verifica del quotidiano libanese An-Nahar ha dimostrato che si trattava di immagini pubblicate dallo stesso bin Antar nell’ottobre 2025, riprova di come il confine tra documento e messinscena, già sottile in vita, si dissolva del tutto nella morte.
Quella di bin Antar era una celebrità costruita sull’orlo del baratro, letteralmente. Sui suoi canali appariva sospeso a strapiombi con una mano, incideva nomi su pareti rocciose per pochi dollari, confidando alla telecamera una povertà che lo spingeva a rischiare. È un copione che la regione mediorientale conosce fin troppo bene: la stampa iraniana, riprendendo la notizia, ha sottolineato l’assenza di ogni protezione e il paradosso di una vita sacrificata all’economia digitale della spettacolarizzazione. Ma a guardare bene, bin Antar condivide la scena con altri corpi scomparsi in fondo a un vuoto. Nello stesso giugno in cui il mondo arabo piangeva il suo funambolo, in una località remota della Regione Centrale del Ghana un muratore di nome Kwesi Salifu perdeva i sensi e poi la vita dentro un pozzo dove stava lavorando: l’ossigeno insufficiente lo ha ucciso prima che i soccorritori potessero raggiungerlo. Nessun video, nessuna vertigine virale. Solo la cronaca di un incidente sul lavoro che i vigili del fuoco di Abura Dunkwa hanno restituito con il linguaggio asciutto dei rapporti ufficiali.
Eppure lo stesso impulso a infilarsi in una fessura della Terra per sentirsi vivi unisce il racconto yemenita a quello brasiliano. Nelle stesse settimane, un dentista di Corumbá de Goiás pubblicava su Instagram un filmato che superava il milione di visualizzazioni: il passaggio claustrofobico attraverso una fenditura nella roccia per raggiungere la Cachoeira da Gruta, cascata di quaranta metri incastonata come un segreto nel Centro-Ovest del Brasile. L’autore del video metteva in guardia chi soffre di spazi chiusi, ma il messaggio sommerso era l’esatto opposto – un invito a violare quel ritegno per conquistare un’immagine unica. Analisti sudamericani vedono in questo turismo dell’estremo un’estensione del medesimo mercato dell’attenzione che in Yemen spingeva bin Antar a danzare sui crateri. La differenza, per ora, è che in Goiás non si contano vittime.
Osservatori europei e organismi internazionali leggono queste geografie parallele come un unico sintomo: la precarietà, materiale o esistenziale, trasforma la natura in un palcoscenico che divora i suoi attori. Il caso yemenita è aggravato da un conflitto dimenticato che annienta le opportunità e spinge i giovani a monetizzare il pericolo; quello ghanese denuncia la cronica mancanza di sicurezza nei cantieri informali dell’Africa occidentale; il fenomeno brasiliano mostra come anche in contesti di relativa stabilità la frontiera tra esperienza autentica e performance rischiosa si stia assottigliando. Le piattaforme, dal canto loro, ospitano tutto senza gerarchie: accanto al video falso della caduta di bin Antar smentito dal fact-checking libanese, scorrono le acque scintillanti della Gruta, entrambi accomunati dal pulsante «mi piace».
La vera voragine, forse, è quella che si spalanca tra la realtà di chi muore e la rappresentazione che ne facciamo. Mentre lo Yemen discute se regolamentare l’accesso ai siti vulcanici e il Ghana rafforza i protocolli per gli spazi confinati, il Brasile si interroga sull’impatto dei video virali sull’afflusso di visitatori inesperti. La lezione che arriva da Damt non parla solo di un giovane che ha perso l’appiglio, ma di un ecosistema globale in cui il corpo in bilico è diventato contenuto, e la fine improvvisa non interrompe la riproduzione del filmato: semplicemente, ne moltiplica le copie.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa araba del Levante-Maghreb smonta un video falso sulla caduta del temerario yemenita, mostrando che le immagini risalgono a mesi prima. Nel contempo racconta con toni contenuti la tragica fine di un giovane imprudente, sollevando interrogativi sulla sicurezza di queste sfide estreme senza mai indulgere al sensazionalismo.
I media iraniani si limitano a riportare i fatti: le squadre di soccorso hanno recuperato il corpo dopo ore di operazioni rese difficili dal terreno impervio e dal calore vulcanico. Nessun commento morale, solo una cronaca asciutta dell’intervento della protezione civile e del decesso confermato.
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