
Moda, da oggi l’Ue vieta di distruggere l’invenduto: riuso e trasparenza per le grandi imprese
Entra in vigore il regolamento che impone a chi produce abbigliamento e calzature di non smaltire i capi invenduti, con obblighi di rendicontazione e un’estensione alle PMI prevista per il 2030.
Da oggi, 19 luglio 2026, le grandi imprese tessili e calzaturiere dell’Unione europea non possono più distruggere i prodotti rimasti invenduti o restituiti dai consumatori. Il divieto, introdotto dal regolamento (UE) 2024/1781, riguarda abbigliamento, scarpe, cappelli e accessori moda, con deroghe limitate ai soli articoli pericolosi, difettosi, deteriorati o non conformi. La norma impone di privilegiare il riutilizzo, il riciclo e la donazione, e si accompagna a un obbligo di trasparenza: a partire da febbraio 2027 le aziende dovranno dichiarare annualmente quantità e peso dei beni smaltiti, motivandone le ragioni e indicando la quota destinata a recupero, riciclo o altre forme di gestione. Per le medie imprese l’applicazione scatterà nel luglio 2030.
Secondo i dati diffusi dalla Commissione europea, ogni anno tra il 4 e il 9 per cento dei tessili immessi sul mercato comunitario viene distrutto prima di essere indossato: circa 594.000 tonnellate di materiali, con emissioni stimate in 5,6 milioni di tonnellate di CO₂, un volume quasi equivalente alle emissioni nette della Svezia nel 2021. A rendere più complessa la gestione delle eccedenze contribuisce la crescita dell’e-commerce, che ha portato il tasso medio di reso per l’abbigliamento acquistato online a circa il 20 per cento. In Germania, secondo Bruxelles, quasi 20 milioni di articoli restituiti finiscono ogni anno tra i rifiuti.
Le reazioni del settore sono differenziate. L’associazione tedesca del commercio (HDE) intravede vantaggi per i consumatori, con un possibile aumento dell’offerta a prezzi ridotti attraverso outlet, mercati delle eccedenze e canali dell’usato, ma segnala costi aggiuntivi per stoccaggio, selezione e ricondizionamento, oltre a incertezze giuridiche e oneri documentali. L’associazione della moda GermanFashion giudica la norma un segnale importante per un uso più responsabile delle risorse, pur osservando che molte imprese europee già non distruggevano l’invenduto; la vera sfida, secondo la loro analisi, riguarda i grandi volumi di ultra-fast-fashion acquistati direttamente da piattaforme extraeuropee, che andrebbero coinvolte nei costi di raccolta e riciclo. Il comparto industriale tedesco parla invece di un provvedimento che grava di burocrazia le aziende nazionali senza affrontare il nodo del fast fashion. In Italia, Assoutenti quantifica il fenomeno in circa 594.000 tonnellate annue di tessuti sprecati, mentre in Francia realtà come lo stabilimento Reekom di La Courneuve, alle porte di Parigi, mostrano già un modello operativo di recupero e rimessa in commercio di capi difettosi.
Le organizzazioni ambientaliste, pur riconoscendo il divieto come un primo passo, denunciano possibili elusioni. Greenpeace mette in guardia contro false dichiarazioni sulla natura dei prodotti e chiede controlli rigorosi, mentre il WWF ricorda che una legge vale quanto la sua applicazione. L’esperto tedesco Jonas Stracke sottolinea che senza reti funzionanti di raccolta, selezione e riciclo il divieto rischia di restare un “papiertiger”, una tigre di carta. Il prossimo banco di prova sarà l’avvio della rendicontazione obbligatoria nel 2027, seguito dall’estensione alle medie imprese nel 2030, mentre il dibattito si sposta sulla necessità di estendere responsabilità e costi anche ai grandi venditori extraeuropei di moda a basso costo.
| Stampa europea continentale | +0.60 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
L'Europa vieta la distruzione degli invenduti, un passo avanti per l'ambiente e i consumatori.
Presentando la norma come una vittoria per tutti, si legittima l'intervento regolatorio senza discutere gli effetti collaterali.
Non menziona le difficoltà per i marchi di lusso che basano la loro esclusività sulla scarsità.
Il divieto Ue mette sotto pressione i marchi di lusso che basano la loro esclusività sulla scarsità.
Enfatizzando la minaccia al modello di business del lusso, si mette in dubbio l'efficacia della regolamentazione.
Non considera i benefici ambientali e la riduzione degli sprechi.
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