
Lukashenko accusa Vaticano e Israele: «Ingannarono Putin, prolungando la guerra»
In un'intervista ad Al Arabiya, il presidente bielorusso rivela retroscena del 2022, rassicura Kiev sull'assenza di minacce e invoca compromessi per porre fine a una guerra ormai in stallo.
Con un’intervista destinata a lasciare il segno, Aleksandr Lukashenko ha offerto una versione inedita e carica di implicazioni sui primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina. Parlando all’emittente Al Arabiya, il presidente bielorusso – alleato più stretto di Vladimir Putin – ha sostenuto che nel 2022, quando le truppe di Mosca erano alle porte di Kiev, «determinate forze» intervennero per fermare l’avanzata. In particolare, ha accusato il Vaticano e la «lobby ebraica» israeliana di aver ingannato il Cremlino, promettendo a nome di Volodymyr Zelensky una disponibilità immediata alla pace. Putin, vedendo il numero crescente di vittime e un andamento bellico non del tutto conforme ai piani, accettò di ritirare le unità avanzate. Quella mossa, secondo Lukashenko, impedì una rapida vittoria russa e trascinò il conflitto fino allo stallo attuale. L’accusa, che mescola diplomazia vaticana e influenze mediorientali, è destinata a sollevare reazioni tanto a Bruxelles quanto a Gerusalemme e nella Santa Sede.
Nel medesimo colloquio, il leader di Minsk ha però voluto marcare con forza la distanza della Bielorussia dal teatro di guerra. Ha assicurato che l’Ucraina «non ha assolutamente nulla da temere» dal suo Paese, descritto come militarmente vulnerabile, con le proprie infrastrutture critiche «sotto gli occhi» delle forze di Kiev. Ha rivelato di aver discusso a lungo con Putin l’inammissibilità di un coinvolgimento bielorusso: lo stesso presidente russo avrebbe convenuto che un ingresso nel conflitto porterebbe «più danni che benefici», rischiando di trasformare la guerra in uno scontro diretto tra l’asse Russia-Bielorussia e la NATO. Lukashenko ha poi risposto alle passate minacce di Zelensky di colpire obiettivi in Bielorussia con un proverbio tagliente – «come si canta, così si viene seppelliti» – pur ammettendo di aver forse esagerato nella replica a un leader «inesperto e non militare».
L’analisi del presidente bielorusso sulla situazione attuale è impietosa: la guerra è in un vicolo cieco. Ha osservato che entrambe le parti soffrono di carenza di uomini, ma che per Kiev la situazione è drammatica – «le persone sono finite» – e che l’Occidente starebbe suggerendo a Zelensky di cercare reclute piuttosto che nuove armi. Proprio questa penuria rende poco credibili, ai suoi occhi, le voci di un ammassamento ucraino al confine bielorusso: Kiev non può permettersi di sguarnire un fronte di mille chilometri. In questo quadro, Lukashenko ha lanciato un appello al compromesso, rivolto non solo a Putin e Zelensky ma anche ai leader europei, affinché si riconosca che «oltre non si può andare» senza rischiare un’escalation nucleare. Ha accennato di avere una propria visione per un’intesa, ma ha precisato che dovrà essere negoziata al tavolo delle parti in causa.
Per l’Italia e l’Europa, le parole di Lukashenko rappresentano un nodo delicato. L’accusa al Vaticano di aver sabotato una pace precoce chiama in causa direttamente la diplomazia della Santa Sede, che negli ultimi anni ha moltiplicato gli sforzi per favorire canali umanitari e di dialogo. Se da Bruxelles si guarda con scetticismo a un mediatore così organicamente legato al Cremlino, il messaggio di Minsk potrebbe comunque segnalare una finestra negoziale, magari in vista del 2026, anno che lo stesso Lukashenko ha indicato come possibile orizzonte per la fine dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. Resta da capire se si tratti di una manovra tattica per alleggerire la pressione sulla Bielorussia o del preludio a un ruolo più attivo di Minsk nei sondaggi di pace.
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Il presidente bielorusso accusa Vaticano e lobby israeliane di aver ingannato Putin, prolungando il conflitto. Sostiene che la Russia avrebbe potuto vincere rapidamente, ma forze esterne hanno sabotato i negoziati. Invita comunque a un compromesso, avvertendo che un coinvolgimento diretto di Minsk trasformerebbe la guerra in uno scontro con la NATO.
Il presidente bielorusso, stretto alleato di Putin, esorta Russia e Ucraina a trovare un compromesso, riconoscendo che una vittoria sul campo è irrealistica per entrambe. In un'intervista, sottolinea i miglioramenti nei rapporti con Washington e non esclude un incontro con il presidente americano, smorzando le accuse di interferenza esterna.
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