
Libano, l'esercito si ritira dal sud: Israele avanza e colpisce Nabatiyeh
L'abbandono della base di Kfar Tebnit e gli ordini di evacuazione israeliani segnano una nuova escalation, mentre la fragile tregua di novembre lascia Hezbollah ancora in armi.
L'esercito libanese ha ritirato sabato le proprie truppe dalla base di Kfar Tebnit, nel sud del Paese, in seguito all'avanzata delle forze israeliane nell'area circostante. Contemporaneamente, Tel Aviv ha diramato ordini di evacuazione per una ventina di località, tra cui la città di Nabatiyeh e i villaggi limitrofi, scatenando una nuova ondata di raid aerei e bombardamenti d'artiglieria. Secondo fonti libanesi, gli attacchi hanno colpito Deir al-Zahrani, Rihan e Sujud, provocando almeno due vittime civili. Il movimento delle unità regolari, confermato da un alto ufficiale a Beirut, segnala il cedimento di uno dei capisaldi dell'esercito nazionale, sempre più marginalizzato in un conflitto che vede protagonisti Israele e Hezbollah.
La dinamica sul campo affonda le radici nella tregua del novembre 2024, che secondo analisti israeliani aveva lasciato irrisolte questioni cruciali: Hezbollah ha riorganizzato le proprie milizie, ricostituito parzialmente l'arsenale missilistico e mantenuto una presenza armata nel sud, nonostante gli accordi prevedessero il dispiegamento esclusivo dell'esercito libanese e dei caschi blu UNIFIL. L'attuale offensiva, interpretata da osservatori di Tel Aviv come una guerra decisiva, mira a smantellare definitivamente l'infrastruttura militare del Partito di Dio. In quest'ottica, la manovra verso la collina di Ali Taher — altura strategica che domina Nabatiyeh — rappresenta un tassello chiave per il controllo visivo e tattico della regione, costringendo le truppe libanesi a un ripiegamento che ne evidenzia la subalternità.
L'escalation si inserisce in un quadro regionale incandescente. Da Teheran, dove Hezbollah è considerato il più efficace proxy nel Levante, si guarda con preoccupazione al logoramento dell'alleato, mentre le tensioni con Washington restano altissime. Il bilancio umano, secondo stime circolate a Beirut, supera i 3.700 morti in Libano dall'inizio della nuova fase a marzo, con decine di caduti anche tra le fila israeliane. Per l'Europa, e in particolare per l'Italia — che guida il contingente UNIFIL e ha interessi diretti nella stabilità mediterranea — il rischio è duplice: un'ulteriore destabilizzazione del Vicino Oriente può innescare nuove ondate migratorie e minacciare le rotte energetiche, mentre l'attenzione internazionale si disperde tra Gaza, Libano e Ucraina.
Le prospettive a breve termine appaiono fosche. Senza un'iniziativa diplomatica robusta, che coinvolga Washington, Parigi e le capitali arabe, il conflitto rischia di cronicizzarsi in una guerra di attrito, logorando le già deboli istituzioni libanesi e offrendo a Hezbollah un terreno di mobilitazione permanente. L'Italia, forte del suo ruolo di mediazione nel Mediterraneo, potrebbe promuovere un rilancio del formato di cessate il fuoco, ma la finestra per un'intesa si restringe a ogni nuovo raid. La comunità internazionale osserva con crescente inquietudine un teatro che, ancora una volta, sfugge a ogni logica di contenimento.
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L'esercito libanese ha ritirato le sue truppe dalla caserma di Kfar Tebnit dopo che le forze israeliane sono avanzate e hanno emesso ordini di evacuazione per circa 20 località nel sud del Libano. I raid aerei hanno colpito aree vicine a Nabatiyeh, uccidendo due persone a Deir al-Zahrani.
Il Libano è ostaggio degli errori di Netanyahu. La strategia israeliana di una guerra decisiva ha prodotto evacuazioni forzate, raid aerei e morti, costringendo l'esercito libanese a ritirarsi. È il prezzo di una politica fallimentare.
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