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La Svezia riporta la "buona condotta" al centro del permesso di soggiorno

Il Parlamento di Stoccolma approva una legge che consente di revocare il visto ai migranti per debiti, evasione fiscale o legami estremisti, riaccendendo il dibattito europeo su integrazione e sicurezza.

Con un voto che segna una svolta nella tradizione progressista scandinava, il Parlamento svedese ha adottato una legge che permette alle autorità di revocare il permesso di soggiorno agli immigrati per «cattiva condotta». La norma, entrata in vigore a metà giugno, elenca tra i comportamenti sanzionabili l’accumulo di debiti, il lavoro non dichiarato, l’evasione fiscale e i legami con organizzazioni estremiste, e si applica retroattivamente anche a chi ha già ottenuto la residenza. Il ministro dell’Immigrazione Johan Forssell ha sintetizzato la ratio del provvedimento con una formula che risuona come un manifesto: «Chi non si sforza di fare la cosa giusta non può pretendere di restare». La decisione arriva dopo anni di crisi migratoria e di escalation della criminalità organizzata, e rappresenta il coronamento di una virata politica che affonda le radici in un ripensamento più ampio del modello sociale svedese.

La discussione interna al Paese riflette una tensione antica tra ideali e conseguenze. Già prima del voto, editorialisti scandinavi mettevano in guardia contro il fascino pericoloso delle «buone intenzioni» socialiste: promettere una società più giusta e solidale è nobile, ma una ideologia – scriveva un commentatore del Nord – va giudicata dai suoi effetti, non dalle premesse. Il concetto di «god vandel», la buona condotta, era peraltro già presente nella legislazione svedese fino al 1989, quando venne eliminato perché ritenuto anacronistico. Oggi, dopo una crisi dei rifugiati e un’ondata di violenza di gang, il governo di centrodestra lo ha riesumato, sostenendo che non si tratta di razzismo ma di un elementare principio di reciprocità: chi aspira a far parte di una comunità deve dimostrare di rispettarne le regole fondamentali.

L’eco internazionale del provvedimento rivela letture divergenti. I media russi e israeliani hanno sottolineato la portata retroattiva e la vaghezza delle fattispecie, parlando di «paura dei migranti» e di un inasprimento che potrebbe colpire anche famiglie integrate da anni. Da una prospettiva latinoamericana, invece, emerge un monito più sottile: l’esperienza di Paesi dove la giustizia è stata piegata a interessi politici o ideologici mostra che clausole di condotta morale possono diventare strumenti di abuso, colpendo i più deboli anziché garantire equità. In un continente segnato da Corti politicizzate e corruzione, l’assenza di giustizia – avvertono analisti sudamericani – è il disastro peggiore per una società, e ogni norma che affidi a un’autorità amministrativa il potere di giudicare la «buona condotta» rischia di moltiplicare le ingiustizie invece di ridurle.

Per l’Italia e l’Europa, la svolta svedese è uno specchio e un banco di prova. Bruxelles osserva con attenzione un Paese che fu simbolo dell’accoglienza e che ora adotta criteri di merito e comportamento per mantenere il diritto di soggiorno, allineandosi a una tendenza già visibile in Danimarca e nei Paesi Bassi. Il dibattito italiano sulla cittadinanza e sull’integrazione – dallo ius scholae ai decreti sicurezza – trova in questa vicenda un precedente concreto: la tensione tra la tradizione umanitaria e la domanda di ordine pubblico si risolve sempre più spesso con un ripiegamento verso la condizionalità. Resta aperta la domanda se la «buona condotta» rappresenti un argine necessario contro gli abusi o il primo passo verso una società che giudica le persone non per ciò che sono, ma per la loro fedina amministrativa.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 6 lingue

61%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa europea continentaleStampa latinoamericana
Stampa europea continentale/ nordica
pragmatismorevanscismodistacco

Esigere una buona condotta per il permesso di soggiorno non è razzismo, ma il ripristino di un principio già presente nella legge svedese fino al 1989. Pretendere che gli immigrati conducano una vita onesta e ordinata è una questione di pragmatismo, non di discriminazione. Le proteste delle organizzazioni per i diritti travisano una condizione ragionevole come un attacco alle libertà fondamentali.

Stampa latinoamericana/ bolivariana_progressista
indignazionevittimismoironia

Mentre la Svezia ora pretende buona condotta dagli immigrati, nella nostra regione i cittadini veramente perbene vivono nel timore di un sistema giudiziario corrotto che non li vendica mai. La misura svedese mette in risalto per contrasto la nostra tragedia: qui sono i giusti a essere calpestati dall'ingiustizia, e il progresso sociale resta impossibile finché gli innocenti devono temere i tribunali.

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martedì 16 giugno 2026

La Svezia riporta la "buona condotta" al centro del permesso di soggiorno

Il Parlamento di Stoccolma approva una legge che consente di revocare il visto ai migranti per debiti, evasione fiscale o legami estremisti, riaccendendo il dibattito europeo su integrazione e sicurezza.

Con un voto che segna una svolta nella tradizione progressista scandinava, il Parlamento svedese ha adottato una legge che permette alle autorità di revocare il permesso di soggiorno agli immigrati per «cattiva condotta». La norma, entrata in vigore a metà giugno, elenca tra i comportamenti sanzionabili l’accumulo di debiti, il lavoro non dichiarato, l’evasione fiscale e i legami con organizzazioni estremiste, e si applica retroattivamente anche a chi ha già ottenuto la residenza. Il ministro dell’Immigrazione Johan Forssell ha sintetizzato la ratio del provvedimento con una formula che risuona come un manifesto: «Chi non si sforza di fare la cosa giusta non può pretendere di restare». La decisione arriva dopo anni di crisi migratoria e di escalation della criminalità organizzata, e rappresenta il coronamento di una virata politica che affonda le radici in un ripensamento più ampio del modello sociale svedese.

La discussione interna al Paese riflette una tensione antica tra ideali e conseguenze. Già prima del voto, editorialisti scandinavi mettevano in guardia contro il fascino pericoloso delle «buone intenzioni» socialiste: promettere una società più giusta e solidale è nobile, ma una ideologia – scriveva un commentatore del Nord – va giudicata dai suoi effetti, non dalle premesse. Il concetto di «god vandel», la buona condotta, era peraltro già presente nella legislazione svedese fino al 1989, quando venne eliminato perché ritenuto anacronistico. Oggi, dopo una crisi dei rifugiati e un’ondata di violenza di gang, il governo di centrodestra lo ha riesumato, sostenendo che non si tratta di razzismo ma di un elementare principio di reciprocità: chi aspira a far parte di una comunità deve dimostrare di rispettarne le regole fondamentali.

L’eco internazionale del provvedimento rivela letture divergenti. I media russi e israeliani hanno sottolineato la portata retroattiva e la vaghezza delle fattispecie, parlando di «paura dei migranti» e di un inasprimento che potrebbe colpire anche famiglie integrate da anni. Da una prospettiva latinoamericana, invece, emerge un monito più sottile: l’esperienza di Paesi dove la giustizia è stata piegata a interessi politici o ideologici mostra che clausole di condotta morale possono diventare strumenti di abuso, colpendo i più deboli anziché garantire equità. In un continente segnato da Corti politicizzate e corruzione, l’assenza di giustizia – avvertono analisti sudamericani – è il disastro peggiore per una società, e ogni norma che affidi a un’autorità amministrativa il potere di giudicare la «buona condotta» rischia di moltiplicare le ingiustizie invece di ridurle.

Per l’Italia e l’Europa, la svolta svedese è uno specchio e un banco di prova. Bruxelles osserva con attenzione un Paese che fu simbolo dell’accoglienza e che ora adotta criteri di merito e comportamento per mantenere il diritto di soggiorno, allineandosi a una tendenza già visibile in Danimarca e nei Paesi Bassi. Il dibattito italiano sulla cittadinanza e sull’integrazione – dallo ius scholae ai decreti sicurezza – trova in questa vicenda un precedente concreto: la tensione tra la tradizione umanitaria e la domanda di ordine pubblico si risolve sempre più spesso con un ripiegamento verso la condizionalità. Resta aperta la domanda se la «buona condotta» rappresenti un argine necessario contro gli abusi o il primo passo verso una società che giudica le persone non per ciò che sono, ma per la loro fedina amministrativa.

Divergenza delle fonti

Diritto · 8 testate · 6 lingue

61%Alta

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Favorevole50%
Neutrale17%
Critico33%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 6 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa europea continentaleStampa latinoamericana
Stampa europea continentale/ nordica
pragmatismorevanscismodistacco

Esigere una buona condotta per il permesso di soggiorno non è razzismo, ma il ripristino di un principio già presente nella legge svedese fino al 1989. Pretendere che gli immigrati conducano una vita onesta e ordinata è una questione di pragmatismo, non di discriminazione. Le proteste delle organizzazioni per i diritti travisano una condizione ragionevole come un attacco alle libertà fondamentali.

Stampa latinoamericana/ bolivariana_progressista
indignazionevittimismoironia

Mentre la Svezia ora pretende buona condotta dagli immigrati, nella nostra regione i cittadini veramente perbene vivono nel timore di un sistema giudiziario corrotto che non li vendica mai. La misura svedese mette in risalto per contrasto la nostra tragedia: qui sono i giusti a essere calpestati dall'ingiustizia, e il progresso sociale resta impossibile finché gli innocenti devono temere i tribunali.

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