
Stanford, la rivolta dei laureati contro Pichai: «Google complice di Israele»
Circa duecento studenti hanno abbandonato la cerimonia di laurea per contestare il contratto Nimbus da 1,2 miliardi di dollari con il governo israeliano, tra fischi e bandiere palestinesi.
Domenica 14 giugno, sotto il sole californiano di Stanford, la cerimonia di consegna dei diplomi si è trasformata in un palcoscenico di protesta globale. Mentre Sundar Pichai, amministratore delegato di Google e illustre ex allievo dell’ateneo, prendeva la parola davanti a migliaia di neolaureati e familiari, circa duecento studenti si sono alzati in silenzio, hanno srotolato striscioni con la scritta «Genocide runs on Google» e hanno abbandonato lo stadio scandendo «Free, free Palestine». La contestazione, organizzata dai collettivi Students for Justice in Palestine e No Tech for Apartheid, era stata annunciata da settimane e mirava a denunciare il coinvolgimento di Google nel Project Nimbus, un contratto di cloud computing e intelligenza artificiale da 1,2 miliardi di dollari siglato con il governo e le forze armate israeliane, al centro di aspre critiche per il suo potenziale uso militare nella guerra di Gaza.
Pichai, impassibile, ha proseguito il suo discorso evitando ogni riferimento all’intelligenza artificiale – un tema che in altre università americane era già costato fischi e contestazioni a leader tecnologici come l’ex ceo Eric Schmidt – e ha preferito un registro intimo, quasi domestico: «Vi avverto, è solo il secondo discorso di laurea che tengo. Il primo è stato letteralmente nel mio giardino». La reazione della platea è stata divisa: accanto ai fischi e ai fischiatori che indossavano la kefiah, molti sono rimasti seduti ad applaudire, confermando quanto la frattura tra etica e tecnologia sia ormai un solco che attraversa le stesse generazioni destinate a governare la Silicon Valley.
La stampa indiana, che segue Pichai come un orgoglio nazionale, ha letto l’episodio come uno smacco personale: «Unsubscribe», ha titolato con ironia il Times of India, sottolineando la distanza tra il ragazzo che marinava le lezioni per andare a Las Vegas e il ceo contestato dai migliori cervelli d’America. I media israeliani, dal canto loro, hanno inquadrato la protesta come l’ennesima manifestazione di ostilità pregiudiziale verso lo Stato ebraico, minimizzando le accuse di complicità militare. Negli Stati Uniti, invece, l’episodio si inserisce in un’ondata più ampia di attivismo campus contro i legami tra big tech, apparati di sicurezza e politiche migratorie: gli striscioni che accusavano Google di spiare per conto dell’ICE (l’agenzia federale per l’immigrazione) ricordano che la contestazione non riguarda solo Israele, ma un modello di sorveglianza globale.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la vicenda Stanford non è un semplice eco d’oltreoceano. Il Project Nimbus solleva interrogativi che toccano direttamente il dibattito comunitario sull’intelligenza artificiale e i diritti umani. Bruxelles sta discutendo l’AI Act proprio per impedire che algoritmi e infrastrutture cloud vengano impiegati in contesti di conflitto o controllo repressivo, e il caso Google-Israele rischia di diventare un precedente spinoso per tutte le multinazionali tecnologiche che operano sul mercato unico. Le organizzazioni per i diritti digitali italiane ed europee osservano con attenzione: se un campus d’élite come Stanford si ribella, il messaggio arriverà presto anche alle aule di Oxford, alla Sorbona e alla Bocconi.
La domanda che resta aperta è se questa protesta resterà un gesto simbolico o segnerà un punto di svolta. Google non ha commentato ufficialmente l’accaduto, ma la pressione su Pichai e sugli altri colossi del cloud non potrà che aumentare, mentre la generazione che oggi si laurea entra nel mondo del lavoro portando con sé una sensibilità nuova verso i confini etici della tecnologia. La cerimonia di Stanford, nata per celebrare il futuro, ha finito per metterne in scena le contraddizioni più profonde.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa indiana e sudasiatica descrive la protesta come un'umiliazione pubblica per Sundar Pichai, un allievo celebrato, con titoli che sottolineano l'ironia degli studenti che hanno rovinato il suo ritorno a casa per un contratto di difesa da 1,2 miliardi di dollari. I resoconti riportano il numero dei manifestanti e il valore del progetto, mescolando cronaca fattuale a un tono di schadenfreude per il momento rovinato del magnate della tecnologia.
La copertura israeliana ridimensiona il significato della protesta, osservando che Pichai è rimasto impassibile e ha pronunciato un discorso generico e ottimista. La contestazione viene presentata come una manifestazione marginale contro legittimi legami commerciali con Israele, e il tono rimane distaccato e scettico sulle rivendicazioni dei manifestanti.
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