
L'ombra di un accordo USA-Iran affonda il prezzo del greggio
Il Brent scivola ai minimi da due mesi dopo indiscrezioni su un memorandum di pace nel Golfo, ma da Teheran arrivano smentite e cautele: i negoziati escluderebbero il programma missilistico.
I mercati petroliferi hanno vissuto una scossa nella giornata di venerdì, con un ripiegamento che ha riportato le quotazioni ai livelli dello scorso aprile. Il Brent del Mare del Nord è arretrato di oltre il 3,7% fino a quota 87 dollari, mentre il WTI americano ha toccato 84,60 dollari, in quello che gli analisti descrivono come un movimento dettato interamente dall’ottimismo geopolitico. A innescare la discesa sono state le rivelazioni di una fonte occidentale, rimbalzate sulle agenzie internazionali, secondo cui Stati Uniti e Iran potrebbero firmare già domenica a Ginevra un memorandum per fermare le ostilità nel Golfo Persico. L’ipotesi ha immediatamente allentato il premio di rischio che da settimane gravava sul traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz.
Dall’Iran, tuttavia, la narrativa appare più sfumata. L’agenzia Fars, citando una fonte vicina ai colloqui, ha seccamente smentito le speculazioni su un’intesa imminente, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha precisato che nessun accordo è stato ancora firmato e che i contenuti restano passibili di modifiche. Anche la Casa Bianca si muove con prudenza: il presidente Donald Trump ha revocato le minacce di attacchi aerei, ma non ha confermato l’esistenza di un testo definitivo. Stando ai media iraniani, i negoziati finali riguarderebbero esclusivamente i dossier nucleare ed economico, lasciando fuori il programma missilistico, un’esclusione che per molti osservatori occidentali rappresenta il vero nodo irrisolto.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, importatore netto di energia, un raffreddamento delle tensioni nel Golfo avrebbe ricadute immediate. Il possibile disgelo ridurrebbe la volatilità dei prezzi del greggio e del gas naturale liquefatto, offrendo un paracadute alle economie ancora esposte all’inflazione energetica. Gli analisti di Bruxelles seguono l’evolversi della situazione con cauto interesse, consapevoli che un’eventuale riapertura dei flussi iraniani potrebbe compensare i tagli all’offerta decisi dall’OPEC+, restituendo respiro a settori industriali particolarmente sensibili al costo dell’energia, come la chimica e la siderurgia.
Resta però il carattere fragile e speculativo di questa fiammata di ottimismo. I mercati sembrano reagire più alle narrazioni che ai fatti, come ha osservato Phil Flynn, analista di Price Futures Group: “Il mercato pensa che siamo più vicini all’accordo”. In assenza di conferme ufficiali, il greggio potrebbe rapidamente riassorbire le perdite se il percorso diplomatico dovesse incepparsi. La sensazione, condivisa da numerosi osservatori, è che il 2025 si giochi su un crinale sottile: tra la speranza di una stabilizzazione del Medio Oriente e il realismo di una partita negoziale in cui ciascuna parte cerca di massimizzare i propri interessi strategici, dall’arricchimento dell’uranio fino alle sanzioni, senza rinunciare alla propria sfera d’influenza regionale.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa iraniana interpreta il calo del petrolio come un segnale positivo del mercato verso un possibile accordo tra Iran e Stati Uniti. Viene dato risalto alle dichiarazioni dei funzionari iraniani su un memorandum d'intesa, pur sottolineando che nulla è ancora stato firmato, mantenendo un tono cauto ma fiducioso sull'allentamento delle tensioni nel Golfo.
La stampa del Golfo arabo riporta il calo dei prezzi del petrolio in modo puramente fattuale, registrando la discesa del Brent e del WTI ai minimi da marzo/aprile. Il resoconto è conciso e si concentra esclusivamente sui dati di mercato, senza commenti politici o speculazioni sui colloqui tra Stati Uniti e Iran.
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