
L’Iran vola a Burgenstock per imporre il rispetto della tregua, Hormuz di nuovo chiuso
La delegazione di Teheran, guidata da Araghchi e Ghalibaf, atterra in Svizzera per colloqui tecnici con gli Stati Uniti, mentre la tensione sale per i raid israeliani in Libano e il blocco navale dello stretto strategico.
Sabato 20 giugno una delegazione iraniana di alto livello è partita per la Svizzera per avviare colloqui tecnici con gli Stati Uniti sull’attuazione del memorandum d’intesa firmato nella notte del 18 giugno. Lo ha annunciato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, precisando che l’obiettivo è «pretendere che l’altra parte rispetti gli impegni assunti». La delegazione, denominata «Minab 168» in memoria delle studentesse uccise in un attacco americano all’inizio del conflitto, include il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il vice-segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Bagheri Kani e il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati, oltre a rappresentanti del settore petrolifero. L’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, sono già sul posto, mentre il vicepresidente J.D. Vance non esclude di unirsi ai colloqui, che fonti pakistane collocano a Burgenstock domenica 21 giugno.
Architrave del negoziato è il cessate il fuoco in Libano, dove l’esercito israeliano ha continuato a colpire postazioni di Hezbollah nonostante l’intesa complessiva. Secondo l’ottica di Teheran, il rispetto del memorandum — che prevede la fine delle ostilità su tutti i fronti, compreso il Libano, e la riapertura dello Stretto di Hormuz — è condizione indispensabile per ogni progresso. La chiusura dello stretto, annunciata sabato dal comando militare congiunto iraniano proprio in risposta ai raid israeliani, rappresenta una leva di pressione immediata: un terzo del petrolio mondiale transita da quel braccio di mare, e un blocco prolungato colpirebbe direttamente le economie europee. Per l’Italia, che dall’area del Golfo importa circa un quarto del proprio fabbisogno di greggio, il rischio è un’impennata dei costi energetici già resi volatili dalla crisi in corso.
Da parte statunitense, l’amministrazione Trump intende consolidare la tregua raggiunta dopo settimane di guerra aperta, scoppiata il 28 febbraio con i raid congiunti americano-israeliani che uccisero la Guida suprema Ali Khamenei. Washington aveva concesso a Teheran «massimo quindici giorni» per chiudere l’intesa, minacciando conseguenze in caso di fallimento. Il memorandum del 18 giugno è stato sottoscritto a distanza dopo che Vance aveva annullato la trasferta prevista per il 19, ufficialmente a causa delle violazioni in Libano. Oggi Witkoff e Kushner affrontano gli aspetti tecnici — verifica del cessate il fuoco, meccanismi di controllo, calendario per la revoca delle sanzioni — con la mediazione attiva di Pakistan e Qatar. Bruxelles segue con apprensione, consapevole che un fallimento destabilizzerebbe l’intero quadrante mediorientale e si riverberebbe sulla sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, già esposta alle ritorsioni dei proxy iraniani.
Le trattative tra Iran e Stati Uniti hanno radici lunghe, spesso condotte in forma indiretta. Nelle fasi precedenti, Teheran aveva negoziato a Mascate, Islamabad e Ginevra, sempre con nodi irrisolti: il programma nucleare — che la Repubblica islamica rivendica come diritto inalienabile per scopi civili —, la rimozione delle sanzioni economiche, le attività missilistiche e il sostegno a gruppi armati regionali. L’attuale intesa non cancella queste divergenze, ma disegna una cornice di de-escalation reciproca: gli Stati Uniti hanno sospeso i bombardamenti sul territorio iraniano e accettato di discutere lo sblocco di asset finanziari; l’Iran si è impegnato a riaprire Hormuz e a non ostacolare il traffico navale. L’inclusione di figure economiche nella delegazione — il capo della banca centrale e il vice-ministro del petrolio — segnala l’urgenza di Teheran di ottenere sollievo immediato dalle strozzature finanziarie.
L’incontro di Burgenstock non sarà l’ultimo. Fonti diplomatiche filtrano l’intenzione di avviare un negoziato a tappe, coprendo separatamente aspetti umanitari, nucleari e regionali. La vera incognita rimane Israele, non firmatario del memorandum: le sue operazioni in Libano possono far saltare il percorso in qualunque momento. La diplomazia italiana, attraverso i canali della Farnesina, segue gli sviluppi in stretto coordinamento con gli alleati, nella consapevolezza che la partita si gioca sul crinale tra negoziato e ripresa delle ostilità.
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La delegazione iraniana è partita per la Svizzera per discutere l'attuazione dell'accordo con gli Stati Uniti. Teheran intende fare pressione su Washington affinché rispetti la tregua in Libano e la de-escalation regionale, avvertendo che in caso contrario l'intesa potrebbe saltare.
La tregua in Libano sembra aver rianimato i negoziati. L'inviato Usa Steve Witkoff e Jared Kushner sono in Svizzera per incontrare il ministro degli Esteri iraniano. Restano da definire i dettagli tecnici.
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