
L’intesa Washington-Teheran: una catastrofe strategica per Israele
L’accordo annunciato da Islamabad per chiudere la guerra mediorientale consolida i guadagni iraniani e rivela il declino dell’influenza israeliana su Washington, con ripercussioni per l’Europa.
L’annuncio, filtrato da Islamabad nelle prime ore di lunedì, di un’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra in Medio Oriente ha già scosso gli equilibri della regione. Sebbene l’accordo sia ancora incompleto e si preveda una finalizzazione entro sessanta giorni, la sua architettura preliminare è sufficiente a suscitare allarme negli ambienti israeliani. Analisti e funzionari di Tel Aviv lo descrivono come una «catastrofe politica e di sicurezza per lo Stato d’Israele», per usare le parole dell’ex ufficiale dell’intelligence Danny Citrinowicz. Il quadro che emerge cristallizza i guadagni strategici di Teheran, mentre rinvia proprio il nodo più sensibile per la sicurezza israeliana, segnando una battuta d’arresto che va ben oltre il campo tattico.
Secondo gli analisti israeliani, l’intesa rappresenta un colpo diretto al primo ministro Benjamin Netanyahu, che sperava di capitalizzare un successo militare contro Hamas, Hezbollah e l’Iran in vista delle elezioni legislative di ottobre. Oggi, invece, il premier si trova a fronteggiare critiche interne per il mancato raggiungimento degli obiettivi bellici fondamentali. L’assenza di Israele dal tavolo negoziale non sorprende, ma colpisce per ciò che rivela: un’erosione dell’influenza di Tel Aviv a Washington, dove l’amministrazione sembra aver scelto una via più transazionale, scavalcando l’alleato storico per chiudere un conflitto che minacciava di allargarsi a macchia d’olio.
Osservatori mediorientali leggono nell’accordo un riposizionamento americano che premia la resilienza iraniana e ridimensiona il ruolo israeliano. Per le capitali europee, e per Roma in particolare, il mutamento di scenario è denso di implicazioni. L’Italia, che dipende dalla stabilità del Mediterraneo allargato per le rotte energetiche e il controllo dei flussi migratori, vede con preoccupazione un’intesa che potrebbe consolidare l’influenza di Teheran in Libano, Siria e Iraq, proiettando instabilità verso le coste europee. Bruxelles, già marginalizzata nei negoziati, rischia di pagare un prezzo in termini di sicurezza energetica qualora il nuovo equilibrio alterasse la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz o innescasse una rincorsa al riarmo regionale.
La finestra di sessanta giorni per la finalizzazione dell’accordo sarà un periodo di alta tensione. Israele tenterà probabilmente di condizionare il testo definitivo, facendo leva sui canali diplomatici residui e sull’opinione pubblica americana. Ma la direzione di marcia sembra tracciata: Washington intende disimpegnarsi da un conflitto costoso, accettando un riequilibrio che favorisce Teheran. Per l’Europa, e per l’Italia in quanto ponte naturale verso il Levante, si apre una fase in cui sarà necessario ripensare la propria postura strategica, bilanciando la tradizionale solidarietà atlantica con la necessità di dialogare con un Iran sempre più assertivo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Gli ambienti della sicurezza israeliana inquadrano l'accordo USA-Iran come un tradimento catastrofico: Washington congela i guadagni di Teheran sul campo e rimanda ogni garanzia per la sicurezza d'Israele. Gli analisti avvertono che l'influenza ormai erosa di Gerusalemme la espone a un disastro strategico forse irreversibile.
Nel Levante arabo e nel Maghreb l'accordo viene raccontato come un innegabile rovescio israeliano, la prova che Washington non mette più Tel Aviv al primo posto. I media si compiacciono nel citare gli analisti israeliani che definiscono l'intesa una “catastrofe” politica e di sicurezza, che consolida i vantaggi iraniani e relega la sicurezza di Israele a pensiero successivo.
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