
Il conto salato dell'AI: le aziende frenano e i prezzi salgono
Dopo la corsa all'adozione, i colossi tech impongono tetti all'uso dell'intelligenza artificiale, mentre la domanda di chip fa lievitare i costi per i consumatori e si aprono nuovi fronti geopolitici.
La sbornia da intelligenza artificiale sta lasciando il posto a un brusco risveglio economico. Uber ha bruciato il suo budget annuale per l'AI in soli quattro mesi, Walmart e Amazon hanno introdotto limiti all'uso dei token da parte dei dipendenti, e Meta ha annunciato imminenti restrizioni. Secondo analisti vicini al settore, la colpa è della transizione dai vecchi abbonamenti piatti alla fatturazione a consumo imposta dai laboratori frontiera come OpenAI e Anthropic: ogni richiesta, flusso di lavoro o agente autonomo ha ora un costo tracciabile, con i modelli più potenti che moltiplicano la spesa. Il fenomeno del «tokenmaxxing» — bruciare crediti computazionali per segnalare fittizia produttività — è ormai sotto accusa, mentre i dirigenti invocano una razionalizzazione che separi i compiti di routine, da affidare a modelli leggeri, dalle applicazioni davvero complesse.
L'impatto si estende ben oltre i bilanci aziendali. La domanda di chip di memoria e storage da parte dei server AI ha creato una strozzatura globale che Tim Cook, CEO di Apple, ha definito «senza precedenti in quarant'anni di carriera». In una recente intervista ha avvertito che i rincari sui componenti sono ormai «inevitabili», lasciando presagire un aumento di oltre 200 dollari per il prossimo iPhone 18. Microsoft ha segnalato un analogo «crisi dei componenti hardware» per le console Xbox, mentre Dell, Ford e una coalizione di associazioni di categoria hanno sollevato l'allarme a Washington. Sul mercato azionario, gli investitori guardano con attenzione alle trimestrali di Micron come termometro della tenuta del rally dei semiconduttori, in un contesto in cui la spesa Big Tech per l'AI dovrebbe superare i 700 miliardi di dollari quest'anno.
In questo scenario già teso si inserisce un paradosso geopolitico. Mentre gli Stati Uniti inaspriscono i controlli sull'export di tecnologia avanzata verso la Cina, Microsoft — attraverso la sua partnership con OpenAI — vende modelli GPT alle stesse aziende cinesi che Washington guarda con sospetto, da ByteDance a Tencent. La Cina è diventata il mercato in più rapida crescita per l'AI su Azure, con ricavi triplicati nell'ultimo anno. OpenAI e Anthropic rifiutano di operare direttamente nel Paese, ma Microsoft si muove in una zona grigia normativa che, secondo osservatori di Bruxelles, potrebbe presto attirare l'attenzione dei regolatori europei, preoccupati dal rischio di distillazione dei modelli e dalla concentrazione di capacità computazionale in mani extra-UE.
Su scala più ampia, i dati del Reuters Institute 2026 mostrano che l'AI sta già riconfigurando il consumo di informazione: il 10% della popolazione mondiale usa chatbot per le notizie, percentuale che sale al 16% tra gli under 35, mentre cresce la sfiducia nei media tradizionali. Parallelamente, ricercatori della Wharton School avvertono che delegare scelte personali e relazionali alle macchine potrebbe indurre una «resa cognitiva», con il progressivo indebolimento delle capacità decisionali. Il prossimo snodo sarà l'ingresso a catalogo di strumenti di AI agentica che promettono maggiore autonomia, ma anche costi esponenziali: un equilibrio tra efficienza e sobrietà che nessuna azienda, per ora, ha davvero trovato.
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La vittoria dell'IA a un premio letterario solleva interrogativi profondi sul confine tra creatività umana e macchina. I commentatori mettono in guardia contro l'illusione che l'IA possa veramente sostituire l'essenza umana, ma riconoscono che la tecnologia sta erodendo le barriere tradizionali. Prevale un tono di cautela, con appelli a non perdere di vista ciò che ci rende umani.
La notizia dell'IA che vince un premio letterario viene accolta con ottimismo in India e Sudasia, dove si sottolinea che l'IA non distrugge posti di lavoro ma anzi crea nuove opportunità. Jeff Bezos ha recentemente ribadito che l'IA porterà a una carenza di manodopera, non a una disoccupazione di massa. La competizione umana è vista come stimolo all'innovazione.
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