
L’inflazione USA rallenta più del previsto, ma il petrolio frena l’ottimismo sui tassi
Il dato sui prezzi al consumo di giugno scende al 3,5% e riduce le probabilità di un rialzo Fed a luglio, mentre le tensioni nel Golfo spingono il greggio ai massimi mensili.
L’indice dei prezzi al consumo statunitense ha registrato a giugno un aumento del 3,5% su base annua, in netto calo rispetto al 4,2% di maggio e ben al di sotto del 3,8% atteso dagli analisti. Su base mensile i prezzi sono scesi dello 0,4%, la prima contrazione dal maggio 2020, trainata dal ribasso dei carburanti. La reazione dei mercati è stata immediata: a Wall Street il Nasdaq ha guadagnato lo 0,9%, l’S&P 500 lo 0,4%, mentre il dollaro si è indebolito dello 0,3% contro un paniere di valute e i rendimenti dei Treasury a due anni sono scesi di quasi sette punti base, allontanandosi dai massimi da sedici mesi.
Il raffreddamento dell’inflazione ha dimezzato le probabilità di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve nella riunione di fine luglio, scese dal 40% al 13% secondo i futures sui fed funds. Tuttavia, il neopresidente della Fed Kevin Warsh, nella sua prima audizione al Congresso, ha ribadito che la banca centrale non ha “alcuna tolleranza” per un’inflazione persistentemente elevata e ha promesso di mantenere l’impegno sul target del 2%. Gli analisti asiatici avvertono che un singolo dato mensile favorevole non chiude la porta a futuri rialzi, soprattutto in presenza di rischi geopolitici capaci di riaccendere le pressioni sui prezzi.
Proprio dal fronte mediorientale sono arrivati i segnali più contrastanti. Dopo l’imposizione di un blocco navale ai porti iraniani da parte del presidente Trump e nuovi attacchi nello Stretto di Hormuz, il Brent ha superato gli 87 dollari al barile prima di ridimensionare i guadagni quando Washington ha fatto marcia indietro sull’ipotesi di una tassa di transito del 20%. Il greggio ha comunque chiuso in rialzo dell’1,7% a 84,73 dollari, mantenendo viva l’attenzione degli operatori europei sui possibili effetti a catena sui costi energetici e sull’inflazione importata.
Sul fronte societario, la stagione delle trimestrali bancarie ha offerto risultati solidi: JPMorgan Chase ha registrato un utile trimestrale record, Goldman Sachs ha superato le stime e le sue azioni sono balzate del 9%, mentre Citigroup ha ceduto oltre il 5% per prese di beneficio. A pesare sul Dow Jones è stato il crollo del 25% di IBM, che ha rivisto al ribasso le previsioni di ricavi a causa di uno spostamento della spesa dei clienti verso server e infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Il settore dei semiconduttori ha invece beneficiato del rimbalzo del sudcoreano SK Hynix (+27%) e del conseguente traino su Nvidia (+4%).
I mercati guardano ora ai prossimi appuntamenti: i dati sui prezzi alla produzione USA in uscita oggi, che potrebbero confermare o ridimensionare il quadro disinflazionistico, e la pubblicazione del PIL cinese, attesa con cautela dagli investitori asiatici. In Europa, l’attenzione resta concentrata sull’evoluzione del prezzo del petrolio e sulle prossime mosse della Fed, con la riunione di fine mese che rimane il principale catalizzatore per i listini globali.
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