
L’Europa volta pagina sui rimpatri: hub esterni, decreti nazionali e il nuovo realismo migratorio
Mentre l’Unione adotta il regolamento rimpatri e Italia e Germania spingono per centri fuori dai confini, Roma converte in legge il decreto sui ritorni volontari e la Francia è incalzata dalla destra.
Il voto definitivo del Parlamento europeo sul regolamento rimpatri, avvenuto mercoledì, segna una svolta che Bruxelles attendeva da quasi un decennio. Dopo anni di stallo, il nuovo quadro giuridico sostituisce la frammentazione delle norme precedenti e apre la strada a una gestione dei flussi irregolari molto più pragmatica. Secondo gli analisti di Bruxelles, il merito di aver riportato la questione al centro dell’agenda comunitaria va in buona parte all’Italia: da quando Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi, la pressione diplomatica su partner e istituzioni ha contribuito a far cadere l’approccio «accoglientista» indiscriminato, favorendo soluzioni come i return hubs, centri di trattenimento per migranti da collocare in Paesi terzi. L’iniziativa congiunta italo-tedesca, ora sostenuta dalla Commissione con la disponibilità a cofinanziare tali strutture, rappresenta il braccio operativo di una strategia che punta a esternalizzare parte della gestione dei rimpatri, legando cooperazione allo sviluppo e controllo delle frontiere.
Sul fronte interno, la Camera italiana ha convertito in legge, con 147 voti favorevoli e 93 contrari, il decreto sui rimpatri volontari assistiti. Il provvedimento, già approvato dal Senato senza modifiche, introduce dal 2026 al 2028 un compenso per il rappresentante legale che assista lo straniero nella domanda di adesione a un programma di ritorno volontario, eliminando però la condizione dell’effettiva partenza per l’erogazione del contributo. La norma nasce come correttivo di un precedente decreto su cui il Quirinale aveva sollevato rilievi di costituzionalità, e ha scatenato in Aula le proteste delle opposizioni, che hanno parlato di «destra ipocrita». Il dibattito è stato monopolizzato dagli interventi dei deputati di Futuro Nazionale, fuoriusciti dalla maggioranza, che hanno incalzato il governo proprio sui temi cari alla coalizione, mentre i banchi di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia restavano in silenzio.
Da Parigi, intanto, la destra repubblicana alza la voce. François-Xavier Bellamy, vicepresidente dei Républicains ed eurodeputato, in un’intervista a Le Figaro incalza l’esecutivo francese affinché si appropri immediatamente del nuovo regolamento per creare centri di ritenzione fuori dall’Europa, in cooperazione con Stati terzi. Bellamy denuncia «decenni di fallimento» e otto anni di paralisi normativa, e vede nel testo appena adottato uno strumento per invertire la rotta. La sua posizione riflette una pressione crescente su Parigi, dove il dibattito sull’immigrazione illegale si intreccia con le tensioni sociali e la competizione a destra, e dove il governo dovrà decidere se e come utilizzare i margini di manovra offerti dalla nuova disciplina europea.
In un apparente paradosso geografico, mentre l’Europa serra le maglie dei rimpatri, il Marocco modernizza il proprio diritto immobiliare. La Camera dei rappresentanti di Rabat ha adottato a maggioranza il progetto di legge n. 41.25, che modifica il Codice dei diritti reali e altre norme sulle transazioni immobiliari. Il ministro della Giustizia Abdelatif Ouahbi ha spiegato che l’intervento mira a correggere disfunzioni nella redazione degli atti, in particolare per i beni non cedibili o soggetti a procedure speciali. Non si tratta di una riforma migratoria, ma di un tassello di un più ampio ammodernamento giuridico che, secondo osservatori nordafricani, può rafforzare la stabilità economica e la trasparenza in un Paese chiave sia come partner nella gestione dei flussi, sia come terra di transito e di origine.
La convergenza di questi sviluppi disegna un’Europa che cerca coerenza tra dimensione esterna e strumenti interni. Il regolamento rimpatri e i decreti nazionali come quello italiano rispondono alla stessa logica: rendere più efficaci le procedure di allontanamento, riducendo al contempo gli spazi per contenziosi e abusi. Tuttavia, la vera partita si giocherà sulla capacità di costruire accordi solidi con i Paesi terzi, senza i quali né gli hub né i programmi di ritorno volontario potranno funzionare. In questo senso, la riforma marocchina del diritto reale, pur lontana dai centri di trattenimento, ricorda che la governance migratoria passa anche attraverso la qualità istituzionale dei partner, e che ogni passo verso un’Europa più securitaria dovrà misurarsi con la complessità giuridica e politica dei territori con cui intende cooperare.
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L'Europa abbandona l'approccio accoglientista e adotta un nuovo realismo migratorio. L'Italia approva in via definitiva il decreto sui rimpatri volontari assistiti, correggendo le norme precedenti. L'Unione è pronta a finanziare hub di rimpatrio esterni, con la spinta di Italia e Germania, mentre in Francia si chiede al governo di utilizzare il nuovo regolamento per creare centri di trattenimento fuori dai confini.
I paesi dell'UE spingono affinché il blocco finanzi centri di rimpatrio al di fuori dei propri confini, mentre Bruxelles inasprisce le misure contro la migrazione irregolare. Il piano segna una svolta verso l'esternalizzazione del controllo migratorio, con possibili ripercussioni per i paesi terzi.
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