
Kallas sotto accusa: fra antisemitismo e resa dei conti istituzionale a Bruxelles
Mentre il capo della diplomazia Ue è travolta dalle polemiche per aver paragonato Israele all’apartheid, cresce lo scontro con von der Leyen per il controllo della politica estera europea.
Alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri, Kaja Kallas è finita al centro di una tempesta diplomatica dopo che un rapporto pubblicato da un outlet con sede a Bruxelles le attribuisce un paragone tra la condotta di Israele verso i palestinesi e il regime di apartheid sudafricano. L'ex premier estone avrebbe rilasciato tali dichiarazioni in un contesto privato, ma la notizia è rimbalzata rapidamente, provocando la condanna dell'American Jewish Committee, secondo cui simili affermazioni «alimentano una pericolosa campagna di delegittimazione di Israele». La stampa israeliana ha dato ampio risalto all'accusa di antisemitismo, mentre a Bruxelles il silenzio ufficiale non ha placato le polemiche.
Secondo fonti diplomatiche europee, l'episodio si inserisce in uno scontro di potere ben più ampio che vede Kallas contrapposta alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Un documento non ufficiale legato al governo francese, circolato nelle capitali, prospetta una riforma del servizio diplomatico dell'Unione che ridurrebbe drasticamente le prerogative dell'alta rappresentante. Alcune ipotesi prevedono di concentrare le leve della politica estera nelle mani della Commissione, altre di restituirle ai governi nazionali, ma in entrambi i casi Kallas resterebbe con un ruolo meramente simbolico. Da Mosca, osservatori russi leggono la vicenda come il risultato di «beghe interne» a Bruxelles, sospettando un'abile regia di von der Leyen, sempre più propensa a intervenire direttamente sulle questioni internazionali, scavalcando l'architettura istituzionale pensata dal Trattato di Lisbona.
I media spagnoli, da parte loro, mettono in luce la fragilità strutturale del posto di alto rappresentante, creato come compromesso tra visioni diverse e mai davvero decollato. La figura di Kallas – che ha segnato una discontinuità per la sua fermezza atlantista e la critica aperta verso Putin – è oggi esposta a un fuoco incrociato che ha pochi precedenti. La «caccia» al servizio diplomatico Ue, come l'ha definita un'analisi dettagliata da Madrid, riflette tensioni istituzionali irrisolte, accentuate da un contesto geopolitico in cui Bruxelles fatica a trovare una voce univoca.
Per l'Europa, e per l'Italia in particolare, la posta in palio è alta. Un indebolimento dell'alta rappresentante rischierebbe di frammentare ulteriormente l'azione esterna dell'Unione, già messa alla prova dalla guerra in Ucraina e dalla crisi mediorientale. Roma, che ha sempre sostenuto un approccio intergovernativo ma ha anche bisogno di un'Europa capace di contare sulla scena globale, osservo con preoccupazione questa resa dei conti. Mentre le accuse di antisemitismo offrono un pretesto per attacchi mirati, il futuro di Kallas sembra appeso al filo di una riforma che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere a Bruxelles per anni a venire.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il capo della diplomazia UE ha suscitato indignazione paragonando l'occupazione israeliana all'apartheid sudafricano. Le organizzazioni ebraiche avvertono che questa retorica alimenta una pericolosa campagna di delegittimazione dello Stato ebraico. Tali paragoni sono condannati come antisemiti.
Bruxelles è travolta da una lotta di potere, con sospetti che cadono sulla presidente della Commissione che cercherebbe di ridurre l'autorità dell'Alta rappresentante. Un documento trapelato esplora riforme per centralizzare gli affari esteri sotto il controllo della Commissione. La controversia sulle dichiarazioni sull'apartheid è solo uno sfondo a queste lotte intestine.
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