
Juneteenth: la festa che celebra la libertà con due anni di ritardo
Tra parate, cibi rossi e tensioni politiche, la giornata del 19 giugno unisce memoria e rivendicazioni, mentre l’amministrazione Trump tenta di oscurarla.
Galveston, Texas, 19 giugno 1865. Il maggiore generale dell’Unione Gordon Granger, appena sbarcato, legge un proclama: «Tutti gli schiavi sono liberi». La notizia giunge due anni e mezzo dopo la firma del Proclama di Emancipazione di Lincoln, e due mesi dopo la resa di Lee ad Appomattox. Per gli afroamericani del Texas, la libertà era stata una verità deliberatamente trattenuta. Quel giorno sarebbe diventato Juneteenth, la più antica commemorazione della fine della schiavitù negli Stati Uniti.
Oggi, a centosessant’anni di distanza, il Juneteenth è festa federale dal 2021, quando il presidente Biden firmò la legge che ne sanciva il riconoscimento. Dietro quel traguardo c’è la tenacia di Opal Lee, una donna texana che per decenni ha percorso a piedi migliaia di chilometri per sensibilizzare il paese. La sua storia è ora al centro di un graphic novel, «First Freedom», che ne ripercorre l’infanzia nella segregazione e l’impegno civile. Le celebrazioni mescolano gioia e raccoglimento: cortei, concerti, cibi che giocano sul rosso – costolette alla griglia, anguria, torte di velluto rosso – a simboleggiare il sangue versato dagli antenati schiavi.
Ma la festa è anche un campo di tensioni. Secondo la stampa tedesca, Donald Trump ha cercato di mettere in ombra il Juneteenth promuovendo il Flag Day, il 14 giugno, giorno del suo compleanno, con l’ingresso gratuito nei parchi nazionali, privilegio poi revocato per il 19 giugno. Negli Stati Uniti, attivisti e commentatori afroamericani denunciano una stanchezza collettiva – la «Black fatigue» – aggravata da una sentenza della Corte Suprema che ha indebolito il Voting Rights Act. Per molti, il Juneteenth rischia di ridursi a simbolo vuoto se non accompagnato da riparazioni: un disegno di legge per studiarle, H.R. 40, giace in Congresso da decenni, mentre le Nazioni Unite hanno recentemente definito la tratta schiavista «il più grave crimine contro l’umanità» e chiesto giustizia riparatoria.
La risonanza della giornata varca i confini. In Brasile, i mercati finanziari sono rimasti chiusi, segno di come il calendario americano influenzi ormai l’economia globale. In Europa, il Juneteenth invita a interrogarsi sulle eredità coloniali. E mentre a Philadelphia le mongolfiere del Chester County Balloon Festival colorano il cielo del fine settimana, a Galveston si ripete la lettura dell’Ordine Generale n. 3, con le stesse parole che un secolo e mezzo fa squarciarono il silenzio. Il rosso delle celebrazioni, lo stesso del sangue e della resistenza, resta il filo che cuce passato e presente.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il Juneteenth, festa della liberazione dalla schiavitù celebrata da oltre un secolo dalla comunità nera, è diventato festa federale solo nel 2021. Tuttavia, la sua importanza è oggi minacciata dagli attacchi dell'amministrazione Trump, che cerca di sminuire la storia afroamericana e bloccare le richieste di riparazioni, trasformando una ricorrenza di emancipazione in un nuovo terreno di scontro politico.
Mentre gli americani si chiedono se Juneteenth continuerà a essere celebrato, Trump tenta di mettere in disparte questa giornata di memoria della schiavitù. Con la sua pretesa di aver 'reso famoso' il giorno, l'ex presidente cerca di oscurare una ricorrenza che esisteva da molto prima della sua attenzione, sollevando scetticismo sull'impegno reale per l'emancipazione.
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