
Israele: nessun ritiro dal Libano, ma scatta la rotazione delle brigate
Netanyahu rivendica il controllo su Gaza e la libertà di manovra a sud del Litani, mentre l'esercito avvia un ricambio periodico dei reparti, in un quadro diplomatico teso con Beirut e Teheran.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che le forze armate non si ritireranno dal Libano meridionale e ha impartito all’esercito istruzioni per godere di piena libertà d’azione. In parallelo, la radio militare israeliana ha reso noto l’avvio di una rotazione delle brigate: alcune unità vengono ritirate dal fronte per periodi di riposo e addestramento, mentre altre vengono ridislocate tra la Striscia di Gaza e il confine settentrionale. L’operazione, descritta dalle stesse fonti come parte di una strategia per mantenere costantemente forze di riserva pronte agli ordini dello stato maggiore, segnala una postura di presenza prolungata piuttosto che un disimpegno.
Le posizioni ufficiali israeliane, espresse sia da Netanyahu sia dal ministro della Difesa Katz, insistono sulla permanenza nelle «zone di sicurezza» in Libano, Siria e Gaza finché ritenuto necessario, anche a fronte di pressioni esterne. Fonti diplomatiche americane, citate da media arabi, indicano che il governo libanese chiede un calendario chiaro per il ritiro, mentre Israele subordina ogni passo al mantenimento di una fascia cuscinetto e alla libertà d’azione. Secondo indiscrezioni della stampa israeliana, Netanyahu avrebbe convinto il presidente Trump a non insistere per un arretramento immediato. Da Teheran, il ministro degli Esteri Araghchi ha ribadito che un cessate il fuoco in Libano equivale al ritiro completo dell’esercito israeliano, in linea con il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti che prevede la fine delle ostilità su tutti i fronti.
La ridislocazione delle brigate, con turni di circa un mese lontano dalle operazioni attive, suggerisce che lo stato maggiore israeliano stia preparando un impegno di lunga durata, mentre prosegue l’offensiva a Gaza dove, secondo Netanyahu, oltre il 60% del territorio sarebbe sotto controllo israeliano. Per l’Italia e l’Europa, la stabilizzazione del Libano meridionale ha un rilievo diretto: la missione UNIFIL, a guida italiana, opera in un’area in cui la presenza militare israeliana, pur non dichiarata come occupazione permanente, rischia di protrarsi senza un quadro giuridico definito, con possibili ripercussioni sulla sicurezza dei caschi blu e sugli equilibri energetici del Mediterraneo orientale.
Al momento non esiste un accordo su un calendario di ritiro. Il negoziato, che coinvolge Stati Uniti, Libano e Israele con la mediazione di Parigi e Washington, resta bloccato sulla definizione delle aree di sicurezza e sul diritto di inseguimento rivendicato da Israele. La prossima sessione di colloqui è attesa nelle prossime settimane, mentre l’amministrazione Trump valuta se esercitare pressioni per un allineamento al memorandum con l’Iran, che imporrebbe un cessate il fuoco immediato. La rotazione delle truppe sul campo potrebbe consolidare una presenza israeliana prolungata, rendendo più complesso il percorso diplomatico.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Le dichiarazioni di Netanyahu sul mantenimento della presenza militare nel Libano meridionale e sulla libertà d'azione totale vengono riportate con preoccupazione. La narrazione sottolinea la determinazione israeliana a restare e a ridisegnare gli equilibri regionali, lasciando intravedere i rischi di un'occupazione prolungata.
Il premier israeliano ha dichiarato che le truppe resteranno nel Libano meridionale finché necessario, mentre l'esercito sta ruotando le forze per mantenere la prontezza. La copertura è fattuale e riporta sia la presenza continuativa sia gli aggiustamenti logistici, senza enfasi emotiva.
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