
Esecuzione in Iran per le proteste di gennaio: il caso Khaneki e le due narrazioni
Teheran ha giustiziato Mehdi Khaneki per terrorismo; per le opposizioni e i gruppi per i diritti umani si tratta dell'ennesimo processo iniquo.
Le autorità giudiziarie iraniane hanno annunciato mercoledì 31 tir (22 luglio) l’avvenuta esecuzione di Mehdi Khaneki, ventiseienne arrestato lo scorso febbraio a Karaj, a ovest di Teheran, e condannato a morte per reati legati alle proteste antigovernative dello scorso inverno. L’impiccagione, confermata dall’agenzia Mizan del potere giudiziario, è l’ultimo episodio di un’ondata repressiva che, secondo le organizzazioni per i diritti umani con sede in Europa, ha già portato all’esecuzione di decine di detenuti politici dall’inizio del conflitto armato tra Iran, Stati Uniti e Israele. La notizia ha immediatamente suscitato condanne da parte di governi occidentali e dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea, mentre il presidente americano Donald Trump, in un messaggio sulla sua piattaforma Truth Social, ha minacciato ritorsioni militari contro infrastrutture iraniane in caso di nuovi attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz.
Secondo la ricostruzione fornita dalla magistratura iraniana e rilanciata dai media statali, Khaneki era un “elemento operativo” di un non meglio precisato “gruppo terroristico” legato agli Stati Uniti e a Israele. Al momento dell’arresto, gli agenti avrebbero sequestrato nella sua abitazione cinque pistole, novanta proiettili, undici granate artigianali, trenta ordigni esplosivi e materiale per la fabbricazione di bombe. La stessa fonte sostiene che il giovane avrebbe confessato di aver aderito al gruppo nel 2023, di aver appreso tecniche di costruzione di esplosivi tramite un contatto su internet e di aver ricevuto finanziamenti in criptovaluta. La Corte rivoluzionaria di Karaj lo ha giudicato colpevole di “azioni operative a favore del regime sionista e americano” e di detenzione e uso di armi da fuoco durante le “sommosse” di gennaio, comminando la pena capitale in base alla legge sull’inasprimento delle pene per spionaggio e collaborazione con paesi ostili. La condanna è stata confermata dalla Corte Suprema.
Di segno opposto la lettura delle organizzazioni per i diritti umani e dell’opposizione iraniana in esilio. Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), con sede a Parigi, ha dichiarato che Khaneki era un simpatizzante dei Mojahedin del Popolo (PMOI), gruppo bandito in Iran, e che sarebbe stato sottoposto per mesi a tortura fisica e psicologica per estorcergli una confessione. Fonti vicine ai movimenti per i diritti dei detenuti denunciano che il processo si sarebbe svolto senza garanzie difensive effettive e che le accuse di terrorismo rappresentano uno schema ricorrente per criminalizzare il dissenso. Nelle stesse ore, il Centro per i diritti umani in Iran ha segnalato che oltre settanta persone arrestate durante le proteste di gennaio sono in attesa di esecuzione nel carcere di Dastgerd, a Isfahan, e che quattordici di loro sono già state trasferite nelle celle di isolamento, fase che di solito precede l’impiccagione. Un’ondata di scioperi della fame è in corso nei penitenziari di Ghezel Hesar e Dastgerd, con detenuti che si cuciono le labbra per protesta, mentre le autorità penitenziarie non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali.
La vicenda si inserisce in un contesto di forte tensione regionale. Dopo l’inizio delle ostilità militari tra Iran e una coalizione guidata da Washington e Tel Aviv lo scorso febbraio, il governo di Teheran ha intensificato la repressione interna, descrivendo le proteste di gennaio come un “colpo di stato americano-sionista” e giustificando le esecuzioni come misura di sicurezza nazionale. Analisti europei osservano che l’inasprimento della pena di morte per reati politici rischia di aggravare l’isolamento diplomatico dell’Iran e di complicare qualsiasi mediazione per un cessate il fuoco. Per l’Italia e l’Unione Europea, il moltiplicarsi delle esecuzioni solleva interrogativi sulla tenuta degli impegni in materia di diritti umani assunti da Teheran in sede ONU e potrebbe influenzare i negoziati in corso sul nucleare e sulla stabilizzazione del Golfo. Al momento, il dossier resta aperto: il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran ha chiesto l’immediata sospensione delle condanne a morte, mentre il Consiglio per i diritti umani dell’ONU dovrebbe discutere la situazione nella sessione di settembre.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
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| Stampa iraniana e affini | +0.90 | aligned |
| Stampa arabo levante-Maghreb | 0.00 | neutral |
La Repubblica Islamica giustizia un manifestante, accusandolo di terrorismo.
Riporta la versione ufficiale ma usa il termine 'manifestante' invece di 'terrorista', creando una tensione tra la narrazione statale e il riconoscimento del dissenso.
Non menziona la retorica del 'colpo di stato' o le accuse di collusione con Israele e Stati Uniti, né i dettagli delle armi scoperte.
La Repubblica Islamica giustizia un terrorista che minacciava la sicurezza nazionale, smascherando il complotto americano-sionista.
Utilizza un linguaggio di guerra e minaccia (colpo di stato, terrorista, armi) per legittimare l'esecuzione come atto di difesa, e ripete le accuse senza contraddittorio.
Omette qualsiasi riferimento al fatto che Khanaki fosse un manifestante o che le proteste fossero motivate da rivendicazioni economiche. Non menziona critiche internazionali o dubbi sulla regolarità del processo.
L'Iran giustizia un manifestante, mentre le proteste antigovernative continuano a essere represse.
Riporta i fatti in modo distaccato, ma sceglie di enfatizzare la natura di protesta dell'azione, contrapponendola alla definizione di terrorismo data dal regime.
Omette i dettagli delle armi e le accuse di collusione con Israele, così come la retorica del colpo di stato. Non menziona la reazione internazionale.
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