
Visti negati e bandiere contese: l’Iran alla Coppa del Mondo tra tensioni
Quattro membri della delegazione iraniana ottengono il visto dopo l'appello, ma undici restano esclusi; Teheran chiede alla FIFA di bandire le bandiere dell'opposizione durante le partite.
A pochi giorni dall'esordio ai Mondiali, la delegazione iraniana vive ore di apprensione. Dopo che quindici membri dello staff avevano visto respinta la richiesta di visto per gli Stati Uniti, quattro sono riusciti a ottenere il permesso d'ingresso grazie a un appello presentato dopo il trasferimento del quartier generale in Messico, a Tijuana. Tra i “miracolati” figurano un analista tecnico e un funzionario del dipartimento internazionale. Ma undici figure restano fuori: su tutte, il presidente della Federazione Mehdi Taj, il suo vice e altri amministratori, bloccati perché ritenuti affiliati ai Guardiani della Rivoluzione (IRGC).
La vicenda s'inserisce in un più ampio conflitto diplomatico. La presidenza Trump ha esteso il divieto d'ingresso ai cittadini di diversi Paesi, tra cui l'Iran, adducendo ragioni di sicurezza nazionale; i calciatori e gli staff tecnici sono formalmente esentati, ma le discrezionalità nei controlli su chi è considerato “legato al regime” minano la certezza del diritto sportivo. La scelta iraniana di stabilire il ritiro in Messico e non su suolo statunitense la dice lunga sul deterioramento delle relazioni bilaterali, che alcuni osservatori da Washington descrivono come uno stato di guerra latente.
Alla dimensione burocratica si somma quella simbolica. Temendo che la diaspora iraniana – particolarmente numerosa nell'area di Los Angeles – possa esporre bandiere dell'opposizione durante le partite, Taj ha chiesto formalmente alla FIFA di garantire che negli stadi sventoli solo il vessillo ufficiale. La Federazione ha persino ventilato la possibilità di fermare la squadra se comparissero simboli diversi, alzando ulteriormente la tensione. Secondo analisti mediorientali, si tratta di una mossa che riflette la politica interna di Teheran, decisa a non concedere spazi al dissenso nemmeno in vetrine globali.
Sul campo, intanto, l'Iran si appresta ad affrontare la Nuova Zelanda nel match inaugurale del Gruppo G, in programma lunedì al SoFi Stadium di Inglewood. La squadra di Amir Ghalenoei arriva forte di tre vittorie consecutive nelle amichevoli e punta a bissare le buone prestazioni asiatiche. Ma l'attenzione rischia di essere dirottata dagli striscioni e dai cori che potrebbero animare gli spalti in un quartiere, Tehrangeles, che da decenni è epicentro di attivismo contro il regime degli ayatollah. Le autorità americane hanno già predisposto imponenti misure di sicurezza.
La Coppa del Mondo, per statuto, dovrebbe rappresentare un periodo di tregua e fratellanza. Eppure la partita fra Iran e Nuova Zelanda si sta caricando di significati che vanno ben oltre il rettangolo verde. La gestione della vicenda visti evidenzia l'impatto delle politiche unilaterali sullo sport globale: se da un lato Washington rivendica il diritto di proteggere i propri confini, dall'altro l'asse sportivo internazionale, con la FIFA in prima linea, fatica a imporre regole condivise. Per l'Europa, che ospiterà in futuro grandi eventi, il caso è un banco di prova delicato, mentre per l'Italia, tradizionalmente sensibile ai temi della sicurezza e dei diritti, resta la sfida di coniugare l'accoglienza con il rispetto delle regole. Quel che è certo è che lunedì, al SoFi Stadium, si giocherà una partita doppia: sul terreno e nella storia.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Con l'Iran impantanato nel conflitto con gli USA, la crisi dei visti accresce la tensione intorno alla sua partecipazione ai Mondiali. Nonostante quattro appelli siano stati accolti, undici restano esclusi, e anche i tifosi da Iran e altre nazioni subiscono divieti d'ingresso. La situazione è presentata come una politica restrittiva statunitense che disturba l'evento sportivo e colpisce i sostenitori comuni.
L'Iran ha chiesto alla FIFA di vietare le bandiere dell'opposizione negli stadi, minacciando il ritiro se la regola non viene applicata. Questo ultimatum, che coinvolge il presidente della federazione, mette in ombra la precedente disputa sui visti, spostando l'attenzione su una battaglia politica sui simboli durante i Mondiali.
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