
Intesa storica tra Washington e Teheran: fine della guerra e riapertura di Hormuz
L'accordo prevede la fine immediata delle ostilità, la revoca del blocco navale e negoziati sul nucleare, con la firma prevista venerdì a Ginevra.
Dopo settimane di scontri e tregue fragili, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un’intesa quadro per cessare le ostilità, revocare il blocco navale americano e riaprire alla navigazione internazionale lo Stretto di Hormuz. L’annuncio congiunto, diffuso nella notte tra domenica e lunedì, fissa per venerdì 19 giugno a Ginevra la cerimonia della firma: a siglare il memorandum saranno Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore per il nucleare, e il vicepresidente statunitense J.D. Vance. Donald Trump ha subito rivendicato l’intesa come un “successo storico”, mentre Vance ha precisato che il testo prevede una verifica in due fasi degli impegni iraniani e un vincolo di lungo periodo per impedire a Teheran di dotarsi di un’arma nucleare. Lo Stretto, ha aggiunto, dovrà restare aperto e libero da pedaggi, condizione essenziale per ripristinare le catene globali di approvvigionamento energetico.
L’accordo mette fine a una fase di guerra aperta innescata, stando alle cronache, dai raid congiunti americano-israeliani del 28 febbraio scorso, che avevano ucciso la Guida suprema Ali Khamenei e numerosi comandanti dei pasdaran, ridisegnando in modo traumatico la struttura del potere a Teheran. Il lungo negoziato, favorito da un’inedita mediazione di Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, ha prodotto un cessate il fuoco immediato e permanente su tutti i fronti, Libano compreso. Secondo gli analisti vicini ai mediatori, nelle prossime ore una serie di incontri preparatori definirà i dettagli tecnici e il perimetro della successiva trattativa sul programma nucleare iraniano. La prospettiva del disgelo ha già calmierato le quotazioni del petrolio, offrendo un primo sollievo alle economie europee.
Le reazioni internazionali sono state nel complesso positive, ma segnate da una cauta vigilanza. Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha parlato di “passo cruciale verso una soluzione pacifica del conflitto”. Da Bruxelles, un comunicato congiunto di Regno Unito, Francia, Germania e Italia ha ribadito che l’Iran non dovrà mai ottenere un’arma nucleare e ha espresso la disponibilità a collaborare con Washington, Teheran e l’Aiea per conseguire tale obiettivo. L’Italia, in particolare, segue con attenzione l’evolversi della situazione: lo Stretto di Hormuz è la via d’accesso per una quota rilevante del greggio e del gas naturale liquefatto destinati al nostro Paese, e la sua riapertura rappresenterebbe un immediato beneficio per famiglie e imprese. Canberra ha plaudito all’intesa, mentre l’amministrazione Trump confida che anche Israele, malgrado le perplessità, finirà per accettarla.
La strada verso una pace stabile resta disseminata di ostacoli. Il nodo del nucleare, volutamente rinviato a una fase successiva, chiamerà in causa l’architettura di verifica e le garanzie che Teheran sarà disposta a concedere. Vance ha evocato un meccanismo di verifica a due stadi, ma restano da chiarire tempi, modalità e l’eventuale coinvolgimento degli ispettori internazionali. Dal punto di vista europeo, l’auspicio è che il negoziato tecnico si trasformi in un percorso irreversibile di normalizzazione, capace di scongiurare una nuova spirale di instabilità regionale. Per l’Italia, la partita si gioca sul duplice terreno della sicurezza energetica e della proiezione diplomatica: un accordo solido consoliderebbe il ruolo del Mediterraneo come piattaforma di dialogo, riducendo insieme i costi dell’energia e i rischi di un conflitto a ridosso delle nostre frontiere marittime.
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La stampa continentale europea riporta il cauto benvenuto dei paesi arabi del Golfo, sottolineando l'apprezzamento saudita per la mediazione di Pakistan e Qatar e la speranza di un accordo permanente. L'evento è inquadrato come un passo diplomatico avanti con sostegno regionale.
La stampa iraniana dipinge l'accordo come una vittoria, enfatizzando le concessioni strappate all'ultimo minuto agli USA, come le garanzie per la sovranità libanese e la gestione congiunta dello Stretto di Hormuz. Presenta l'intesa come un risultato diplomatico storico che ridisegna gli equilibri di sicurezza mediorientali.
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