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Geopolitica e Politicadomenica 28 giugno 2026

Dopo l’attacco a Karachi, Islamabad bombarda l’Afghanistan e accusa Nuova Delhi di averlo orchestrato

L’assalto a una base dei ranger pakistani, rivendicato da una fazione del Ttp, scatena ritorsioni nel vicino Paese e l’ennesima scaramuccia diplomatica tra i due rivali nucleari.

Trentasei ore di fuoco e accuse incrociate hanno riportato Karachi al centro della spirale terroristica che investe il Pakistan. Nella serata di sabato 27 giugno, un commando armato ha fatto irruzione in un compound dei Sindh Rangers – forza paramilitare federale – nel quartiere di Gulistan-e-Jauhar, facendo esplodere un’autobomba presso il cancello d’ingresso e poi dando il via a un conflitto a fuoco di quasi novanta minuti. Il bilancio, secondo fonti militari pakistane, è di quattro paramilitari uccisi, tre assalitori abbattuti e un quarto catturato, identificato come cittadino afghano. La rivendicazione è arrivata nelle ore successive da Jamaat-ul-Ahrar, formazione scissionista del Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp), il movimento talebano che opera lungo la frontiera con l’Afghanistan e che Islamabad considera il principale nemico interno.

A poche ore dall’attentato, il Pakistan ha risposto con una duplice mossa. Sul piano militare, unità dell’esercito e dei servizi di intelligence hanno lanciato un’operazione di terra nel distretto tribale di Bajaur, al confine afghano, uccidendo quattro militanti tra cui un comandante «di alto valore». Immediatamente dopo, cacciabombardieri e droni hanno condotto «strike calibrati» su tre obiettivi nelle province afghane di Paktia, Paktika e Kunar, annientando, secondo il ministro dell’Informazione Attaullah Tarar, altri venticinque combattenti e distruggendo depositi di armi. Il governo di Islamabad ha giustificato l’incursione con la necessità di prevenire ulteriori attacchi, accusando Kabul di offrire rifugio ai gruppi jihadisti, accusa rigettata con costanza dai talebani afghani.

Sul versante politico, il premier Shehbaz Sharif, in visita a Karachi proprio quel sabato, ha indicato in India il burattinaio occulto, dichiarando che Nuova Delhi userebbe «proxies» per minare la stabilità del Pakistan. L’esercito, dal canto suo, ha etichettato Jamaat-ul-Ahrar come un proxy indiano, senza però fornire alcun riscontro. La reazione di Nuova Delhi non si è fatta attendere: il portavoce del ministero degli Esteri, Randhir Jaiswal, ha bollato le accuse come «infondate» e ha invitato Islamabad a «guardarsi allo specchio», smantellando le reti terroristiche che prosperano sul proprio territorio e abbandonando la «propensione a usare il terrorismo come strumento di politica statale». Il refrain, consueto nei periodi di crisi interna pachistana, si inserisce in una lunga storia di reciproche strumentalizzazioni: l’India addita il sostegno di Islamabad a gruppi come Lashkar-e-Taiba, mentre il Pakistan evoca un coinvolgimento indiano con i ribelli baluchi e il Ttp.

L’episodio si colloca in un quadro di crescente insicurezza per il Pakistan, dove gli attacchi rivendicati dal Ttp e da sigle affini sono aumentati sensibilmente dopo la presa del potere dei talebani a Kabul nel 2021. Islamabad ha già condotto diversi raid aerei in territorio afghano dallo scorso anno, giustificandoli come legittima difesa contro i santuari dei militanti, e la tensione con il governo afghano resta alta. L’attentato di Karachi è il più grave dall’ottobre 2024, quando un’esplosione colpì un convoglio cinese in città.

Al momento, da Kabul non è giunta alcuna reazione ufficiale all’ultimo bombardamento, mentre l’esercito pakistano ha annunciato che le operazioni nell’area proseguiranno e ha promesso ritorsioni contro i responsabili. La vicenda rischia di aggiungere un nuovo tassello al deterioramento della sicurezza regionale, con potenziali ripercussioni sulle rotte migratorie e sulla stabilità energetica che interessano anche l’Europa e l’Italia, già attente all’evolversi della situazione afghana dopo il ritiro occidentale.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 2 lingue

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TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa indiana e sudasiaticaStampa atlantica / anglosfera
Stampa indiana e sudasiatica
IndignazionePaternalismo

L'India ha respinto categoricamente le accuse del Pakistan di coinvolgimento nell'attentato di Karachi, definendole infondate. Nuova Delhi ha esortato Islamabad a smettere di incolpare altri e a smantellare invece le reti terroristiche che operano sul proprio suolo.

Stampa atlantica / anglosfera/ Sicurezza
DistaccoPragmatismo

Un campo paramilitare a Karachi è stato attaccato da militanti, causando la morte di tre membri delle forze di sicurezza e tre assalitori. Una fazione dissidente dei talebani pakistani ha rivendicato l'attacco. Le forze di sicurezza hanno dichiarato di aver sventato l'attacco e catturato un militante.

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domenica 28 giugno 2026

Dopo l’attacco a Karachi, Islamabad bombarda l’Afghanistan e accusa Nuova Delhi di averlo orchestrato

L’assalto a una base dei ranger pakistani, rivendicato da una fazione del Ttp, scatena ritorsioni nel vicino Paese e l’ennesima scaramuccia diplomatica tra i due rivali nucleari.

Trentasei ore di fuoco e accuse incrociate hanno riportato Karachi al centro della spirale terroristica che investe il Pakistan. Nella serata di sabato 27 giugno, un commando armato ha fatto irruzione in un compound dei Sindh Rangers – forza paramilitare federale – nel quartiere di Gulistan-e-Jauhar, facendo esplodere un’autobomba presso il cancello d’ingresso e poi dando il via a un conflitto a fuoco di quasi novanta minuti. Il bilancio, secondo fonti militari pakistane, è di quattro paramilitari uccisi, tre assalitori abbattuti e un quarto catturato, identificato come cittadino afghano. La rivendicazione è arrivata nelle ore successive da Jamaat-ul-Ahrar, formazione scissionista del Tehrik-e-Taliban Pakistan (Ttp), il movimento talebano che opera lungo la frontiera con l’Afghanistan e che Islamabad considera il principale nemico interno.

A poche ore dall’attentato, il Pakistan ha risposto con una duplice mossa. Sul piano militare, unità dell’esercito e dei servizi di intelligence hanno lanciato un’operazione di terra nel distretto tribale di Bajaur, al confine afghano, uccidendo quattro militanti tra cui un comandante «di alto valore». Immediatamente dopo, cacciabombardieri e droni hanno condotto «strike calibrati» su tre obiettivi nelle province afghane di Paktia, Paktika e Kunar, annientando, secondo il ministro dell’Informazione Attaullah Tarar, altri venticinque combattenti e distruggendo depositi di armi. Il governo di Islamabad ha giustificato l’incursione con la necessità di prevenire ulteriori attacchi, accusando Kabul di offrire rifugio ai gruppi jihadisti, accusa rigettata con costanza dai talebani afghani.

Sul versante politico, il premier Shehbaz Sharif, in visita a Karachi proprio quel sabato, ha indicato in India il burattinaio occulto, dichiarando che Nuova Delhi userebbe «proxies» per minare la stabilità del Pakistan. L’esercito, dal canto suo, ha etichettato Jamaat-ul-Ahrar come un proxy indiano, senza però fornire alcun riscontro. La reazione di Nuova Delhi non si è fatta attendere: il portavoce del ministero degli Esteri, Randhir Jaiswal, ha bollato le accuse come «infondate» e ha invitato Islamabad a «guardarsi allo specchio», smantellando le reti terroristiche che prosperano sul proprio territorio e abbandonando la «propensione a usare il terrorismo come strumento di politica statale». Il refrain, consueto nei periodi di crisi interna pachistana, si inserisce in una lunga storia di reciproche strumentalizzazioni: l’India addita il sostegno di Islamabad a gruppi come Lashkar-e-Taiba, mentre il Pakistan evoca un coinvolgimento indiano con i ribelli baluchi e il Ttp.

L’episodio si colloca in un quadro di crescente insicurezza per il Pakistan, dove gli attacchi rivendicati dal Ttp e da sigle affini sono aumentati sensibilmente dopo la presa del potere dei talebani a Kabul nel 2021. Islamabad ha già condotto diversi raid aerei in territorio afghano dallo scorso anno, giustificandoli come legittima difesa contro i santuari dei militanti, e la tensione con il governo afghano resta alta. L’attentato di Karachi è il più grave dall’ottobre 2024, quando un’esplosione colpì un convoglio cinese in città.

Al momento, da Kabul non è giunta alcuna reazione ufficiale all’ultimo bombardamento, mentre l’esercito pakistano ha annunciato che le operazioni nell’area proseguiranno e ha promesso ritorsioni contro i responsabili. La vicenda rischia di aggiungere un nuovo tassello al deterioramento della sicurezza regionale, con potenziali ripercussioni sulle rotte migratorie e sulla stabilità energetica che interessano anche l’Europa e l’Italia, già attente all’evolversi della situazione afghana dopo il ritiro occidentale.

Divergenza delle fonti

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41%Media

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Neutrale29%
Critico71%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
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Stampa indiana e sudasiatica
IndignazionePaternalismo

L'India ha respinto categoricamente le accuse del Pakistan di coinvolgimento nell'attentato di Karachi, definendole infondate. Nuova Delhi ha esortato Islamabad a smettere di incolpare altri e a smantellare invece le reti terroristiche che operano sul proprio suolo.

Stampa atlantica / anglosfera/ Sicurezza
DistaccoPragmatismo

Un campo paramilitare a Karachi è stato attaccato da militanti, causando la morte di tre membri delle forze di sicurezza e tre assalitori. Una fazione dissidente dei talebani pakistani ha rivendicato l'attacco. Le forze di sicurezza hanno dichiarato di aver sventato l'attacco e catturato un militante.

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