
Tra sicurezza e scandali: l’America di Trump mette alla prova il Mondiale 2026
Il caso del somalo Omar Artan, arbitro FIFA respinto alla frontiera, incarna la tensione tra la dottrina securitaria della Casa Bianca e la promessa di un calcio globale senza confini.
Il Mondiale 2026, appena iniziato tra Stati Uniti, Messico e Canada, ha già trovato il suo primo, aspro conflitto simbolico: non su un campo da gioco, ma al controllo passaporti di Miami. Omar Artan, considerato il miglior fischietto africano, è stato trattenuto per undici ore, interrogato e infine rispedito in Turchia nonostante un visto diplomatico in corso di validità. Andrew Giuliani, direttore della task force della Casa Bianca per il torneo e figlio dell’ex sindaco di New York, ha difeso la scelta sostenendo che Artan «era in contatto con persone molto cattive» e che l’amministrazione non permetterà a «funzionari di un torneo di calcio di far entrare gente pericolosa negli Stati Uniti». La FIFA, dal canto suo, ha garantito all’arbitro somalo l’intero compenso previsto, ma la vicenda ha già incrinato la retorica dell’unità globale cara a Gianni Infantino.
L’episodio non è isolato. Dalla stampa araba e russa si leva un coro di critiche verso quella che appare come una delle politiche migratorie più restrittive nella storia americana recente, applicata con zelo anche a una manifestazione che dovrebbe celebrare l’incontro tra i popoli. Il quotidiano libanese An-Nahar parla di una fusione «rara e sgradevole» tra calcio e teatro politico, mentre Forbes Russia mette in guardia i calciatori su un’altra macchina implacabile: il fisco statunitense, che inseguirà i protagonisti del torneo per tutto il 2027 con obblighi dichiarativi senza precedenti. Nel frattempo, la nazionale inglese ha vissuto giorni da incubo a Kansas City: prima il furto di equipaggiamento per circa 18mila dollari – comprese maglie autografate, scarpini e persino un set Lego – poi una sparatoria a sei chilometri dal centro di allenamento. I media indonesiani parlano di una «serie di disgrazie» che mina la preparazione mentale dei Tre Leoni, mentre la procura della contea di Jackson ha già incriminato due sospetti e recuperato gran parte della refurtiva.
Eppure, in queste stesse ore, i social network restituiscono un’America diversa, fatta di scoperte ingenue e meraviglia condivisa. Il tifoso scozzese che ha attraversato a piedi il Paese da Los Angeles a Boston, il turista tedesco estasiato da Waffle House e Buc-ee’s, lo svedese che promuove la salsa ranch come condimento universale, gli italiani estasiati dai bicchieri colmi di ghiaccio e dalle ricariche gratuite: sono i volti virali di un’accoglienza che, secondo la stampa americana, svela «ciò che rende davvero grande l’America». Un racconto di provincia generosa e paesaggi sconfinati che convive, non senza stridori, con i metal detector e gli interrogatori dell’era Trump.
Agli occhi dell’Europa, e in particolare dell’Italia che osserva da potenziale organizzatrice di Euro 2032 insieme alla Turchia, il Mondiale 2026 si sta trasformando in un banco di prova delicato. La tensione tra la dottrina «America First» e lo spirito universalista del calcio solleva interrogativi che vanno ben oltre le tre settimane di competizione: come conciliare la legittima esigenza di sicurezza con la promessa di un evento senza frontiere? La FIFA, finora silente sul caso Artan se non per l’aspetto economico, dovrà decidere se accettare un Mondiale blindato o rivendicare con più forza la propria autonomia. Per il momento, il pallone rotola tra gli stadi, ma il rumore di fondo rischia di diventare il vero protagonista del torneo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'arbitro somalo Omar Artan è stato trattenuto per 11 ore e respinto dagli Stati Uniti per presunti legami terroristici, ma la FIFA gli garantirà l'intero compenso previsto per il Mondiale. Nonostante l'ingiustificata umiliazione, la sua professionalità viene riconosciuta con il pagamento completo.
Il rifiuto degli Stati Uniti di far entrare l'arbitro somalo è stato un inizio pessimo per il Mondiale. La decisione, basata su vaghi sospetti terroristici, getta un'ombra sull'evento e rivela le politiche migratorie discriminatorie dell'amministrazione.
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