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Economia e Mercatimercoledì 24 giugno 2026

Il petrolio torna ai livelli pre-conflitto: Brent sotto 74 dollari con la riapertura di Hormuz

La ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz dopo l’intesa tra Washington e Teheran affossa le quotazioni, riportando il greggio ai minimi di febbraio e allentando le pressioni inflazionistiche globali.

Il barile di Brent è scivolato mercoledì sotto la soglia dei 74 dollari, toccando i 73,65 dollari nel corso delle contrattazioni londinesi, un livello che non si registrava dal 27 febbraio, alla vigilia dell’inizio delle ostilità tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il West Texas Intermediate, riferimento americano, è sceso fin sotto i 70 dollari per la prima volta dal 2 marzo. La flessione, superiore al 4% in una sola seduta, porta il greggio a perdere oltre un terzo del valore rispetto ai picchi di aprile, quando il Brent aveva superato i 115 dollari.

Il catalizzatore immediato è la progressiva normalizzazione dei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, il corridoio da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Il memorandum d’intesa firmato la scorsa settimana da Washington e Teheran ha aperto la strada a un cessate il fuoco temporaneo e alla libertà di navigazione. Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha dichiarato che nelle ultime ventiquattro ore circa 72 navi, per un totale di 20 milioni di barili, hanno attraversato lo stretto, un volume paragonabile a quello prebellico. L’Organizzazione marittima internazionale ha avviato un piano di evacuazione per le centinaia di mercantili e le oltre 11.000 persone rimaste bloccate nel Golfo, dopo aver ricevuto garanzie di sicurezza. Oman e Iran hanno concordato di proseguire i colloqui sulla gestione della via d’acqua, mentre il presidente Trump ha affermato che Teheran non imporrà pedaggi né costi assicurativi ai transiti.

I mercati hanno riassorbito rapidamente il premio di rischio geopolitico. Le stime di banche d’affari come JPMorgan e Macquarie sono state riviste al ribasso: Macquarie prevede ora un Brent medio a 77 dollari nel 2025, contro gli 89 precedenti. L’oro, bene rifugio per eccellenza, è sceso sotto i 4.000 dollari l’oncia per la prima volta da novembre, mentre il dollaro si è rafforzato toccando massimi da sette mesi, trainato dalle attese di un rialzo dei tassi della Federal Reserve già a settembre. Sulle piazze europee, il calo del greggio ha favorito i listini, con l’eccezione di Francoforte, appesantita dal crollo di Rheinmetall dopo la cancellazione di un programma di fregate tedesche.

Per l’Europa e l’Italia, la discesa del petrolio rappresenta un potenziale freno all’inflazione importata, in un momento in cui la Banca centrale europea valuta i prossimi passi della politica monetaria. Tuttavia, diverse voci invitano alla cautela. Analisti di ING giudicano la svendita eccessiva, poiché le scorte globali restano basse e la piena normalizzazione dei flussi richiederà settimane di sminamento. Da Siebert Financial si segnala che i mercati stanno sottovalutando i rischi legati alle divergenze ancora aperte sul nucleare iraniano e sulle ispezioni. Il prossimo banco di prova saranno i dati sull’inflazione statunitense in uscita giovedì e l’evoluzione dei colloqui tecnici tra le parti, attesi entro la fine del mese.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa sud-est asiaticaStampa latinoamericana
Stampa sud-est asiatica
PragmatismoDistacco

I prezzi del petrolio hanno continuato a scendere mentre i mercati si mostravano fiduciosi nel ritorno alla normalità dei flussi di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz. L'allentamento delle tensioni tra Stati Uniti e Iran ha contribuito a spingere al ribasso Brent e WTI, rafforzando un clima di sollievo. La narrazione dominante sottolinea un recupero costante delle rotte di approvvigionamento, placando i timori di interruzioni prolungate.

Stampa latinoamericana/ Mercato
ScetticismoPragmatismo

Il calo dei prezzi del greggio è stato contenuto dai dubbi persistenti sull'accordo USA-Iran, con le controversie sulle ispezioni nucleari e i nuovi attacchi israeliani in Libano che hanno iniettato cautela. Alcuni analisti sostengono che la prossima mossa dei mercati petroliferi dipenderà più dalla strategia di stoccaggio della Cina che dalla riapertura dello Stretto di Hormuz. La narrazione resta guardinga, avvertendo che la calma attuale potrebbe essere temporanea.

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mercoledì 24 giugno 2026

Il petrolio torna ai livelli pre-conflitto: Brent sotto 74 dollari con la riapertura di Hormuz

La ripresa del traffico nello Stretto di Hormuz dopo l’intesa tra Washington e Teheran affossa le quotazioni, riportando il greggio ai minimi di febbraio e allentando le pressioni inflazionistiche globali.

Il barile di Brent è scivolato mercoledì sotto la soglia dei 74 dollari, toccando i 73,65 dollari nel corso delle contrattazioni londinesi, un livello che non si registrava dal 27 febbraio, alla vigilia dell’inizio delle ostilità tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il West Texas Intermediate, riferimento americano, è sceso fin sotto i 70 dollari per la prima volta dal 2 marzo. La flessione, superiore al 4% in una sola seduta, porta il greggio a perdere oltre un terzo del valore rispetto ai picchi di aprile, quando il Brent aveva superato i 115 dollari.

Il catalizzatore immediato è la progressiva normalizzazione dei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, il corridoio da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Il memorandum d’intesa firmato la scorsa settimana da Washington e Teheran ha aperto la strada a un cessate il fuoco temporaneo e alla libertà di navigazione. Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha dichiarato che nelle ultime ventiquattro ore circa 72 navi, per un totale di 20 milioni di barili, hanno attraversato lo stretto, un volume paragonabile a quello prebellico. L’Organizzazione marittima internazionale ha avviato un piano di evacuazione per le centinaia di mercantili e le oltre 11.000 persone rimaste bloccate nel Golfo, dopo aver ricevuto garanzie di sicurezza. Oman e Iran hanno concordato di proseguire i colloqui sulla gestione della via d’acqua, mentre il presidente Trump ha affermato che Teheran non imporrà pedaggi né costi assicurativi ai transiti.

I mercati hanno riassorbito rapidamente il premio di rischio geopolitico. Le stime di banche d’affari come JPMorgan e Macquarie sono state riviste al ribasso: Macquarie prevede ora un Brent medio a 77 dollari nel 2025, contro gli 89 precedenti. L’oro, bene rifugio per eccellenza, è sceso sotto i 4.000 dollari l’oncia per la prima volta da novembre, mentre il dollaro si è rafforzato toccando massimi da sette mesi, trainato dalle attese di un rialzo dei tassi della Federal Reserve già a settembre. Sulle piazze europee, il calo del greggio ha favorito i listini, con l’eccezione di Francoforte, appesantita dal crollo di Rheinmetall dopo la cancellazione di un programma di fregate tedesche.

Per l’Europa e l’Italia, la discesa del petrolio rappresenta un potenziale freno all’inflazione importata, in un momento in cui la Banca centrale europea valuta i prossimi passi della politica monetaria. Tuttavia, diverse voci invitano alla cautela. Analisti di ING giudicano la svendita eccessiva, poiché le scorte globali restano basse e la piena normalizzazione dei flussi richiederà settimane di sminamento. Da Siebert Financial si segnala che i mercati stanno sottovalutando i rischi legati alle divergenze ancora aperte sul nucleare iraniano e sulle ispezioni. Il prossimo banco di prova saranno i dati sull’inflazione statunitense in uscita giovedì e l’evoluzione dei colloqui tecnici tra le parti, attesi entro la fine del mese.

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I prezzi del petrolio hanno continuato a scendere mentre i mercati si mostravano fiduciosi nel ritorno alla normalità dei flussi di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz. L'allentamento delle tensioni tra Stati Uniti e Iran ha contribuito a spingere al ribasso Brent e WTI, rafforzando un clima di sollievo. La narrazione dominante sottolinea un recupero costante delle rotte di approvvigionamento, placando i timori di interruzioni prolungate.

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ScetticismoPragmatismo

Il calo dei prezzi del greggio è stato contenuto dai dubbi persistenti sull'accordo USA-Iran, con le controversie sulle ispezioni nucleari e i nuovi attacchi israeliani in Libano che hanno iniettato cautela. Alcuni analisti sostengono che la prossima mossa dei mercati petroliferi dipenderà più dalla strategia di stoccaggio della Cina che dalla riapertura dello Stretto di Hormuz. La narrazione resta guardinga, avvertendo che la calma attuale potrebbe essere temporanea.

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