
Il greggio frena il ribasso dopo i colloqui Usa-Iran, ma l’offerta che ritorna punta a 60 dollari
I progressi nei negoziati indiretti e la riapertura dello Stretto di Hormuz riportano i barili sui mercati, mentre gli analisti prevedono un Brent a 60 dollari entro fine 2026.
Venerdì i prezzi del petrolio hanno interrotto una striscia di tre sedute consecutive in calo, con il Brent a 72,10 dollari e il WTI a 68,83 dollari in una giornata di scambi ridotti per la festività dell’Indipendenza negli Stati Uniti. Il rimbalzo, contenuto e accompagnato da volumi sottili, riflette un cauto ottimismo per i colloqui indiretti tra Washington e Teheran ospitati a Doha. Il Qatar ha parlato di «progressi positivi» sul memorandum che a giugno ha congelato le ostilità, mentre il presidente Trump ha dichiarato che l’Iran ha accettato «praticamente tutto» ciò che gli Stati Uniti chiedevano. Il mercato resta però in attesa di prove concrete: la prossima sessione negoziale è attesa dopo il 9 luglio, una volta concluse le cerimonie funebri per la Guida Suprema iraniana.
La vera pressione al ribasso viene dal rapido ritorno dell’offerta. Con la riapertura dello Stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita ha riportato le esportazioni quasi ai livelli precedenti il conflitto scoppiato a fine febbraio, mentre la produzione del Kuwait è balzata da 580 mila a 1,65 milioni di barili al giorno nel solo mese di giugno. Almeno cinque superpetroliere con 10 milioni di barili di greggio saudita hanno lasciato lo stretto, e Aramco è passata a quotazioni spot per accelerare le vendite in Asia. Questo afflusso ha spinto la curva forward in contango: il Brent a pronti quota a sconto rispetto alle consegne differite, segnalando un’abbondanza di barili nel breve termine.
Secondo gli analisti statunitensi di Citi, il Brent potrebbe scendere fino a 60 dollari entro la fine del 2026, perché i fondamentali stanno riprendendo il sopravvento dopo mesi di premio geopolitico. La banca svizzera UBS ha rivisto al ribasso le stime ma avverte che il traffico di petroliere in entrata nel Golfo Persico resta inferiore a quello in uscita, lasciando un rischio di rialzo. Da Bruxelles e da Roma, dove l’Italia importa oltre il 90% del proprio fabbisogno energetico, la prospettiva di quotazioni più basse allenterebbe le pressioni inflazionistiche, ma la volatilità mantiene in allerta i responsabili delle politiche economiche.
La traiettoria di breve periodo dipenderà ora da due appuntamenti. Domenica l’OPEC+ si riunisce e, secondo fonti vicine al cartello, dovrebbe concordare un ulteriore aumento dei target produttivi da agosto. In parallelo, il prosieguo del dialogo Usa-Iran dopo il 9 luglio chiarirà se il memorandum potrà trasformarsi in un’intesa stabile, come auspicato dalle capitali del Golfo. Fino ad allora, il mercato continuerà a scontare uno scenario di offerta abbondante, con gli occhi puntati sui flussi fisici attraverso Hormuz.
| Stampa del Golfo arabo | +0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | +0.40 | aligned |
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.10 | neutral |
Gli analisti economici del Golfo considerano la stabilità dei prezzi una tregua temporanea, esortando alla vigilanza contro le interruzioni dell'offerta.
Inquadrando la notizia in un contesto più ampio di valutazione del rischio, la narrazione normalizza l'incertezza come fattore costante.
La Russia riafferma il suo ruolo centrale nella sicurezza energetica globale, trasformando la stabilizzazione dei prezzi in una narrazione di competenza statale.
Attribuendo il risultato positivo alla diplomazia guidata dalla Russia, la cornice eleva lo Stato come attore primario e garante della stabilità.
Gli osservatori regionali avvertono che la calma apparente maschera minacce persistenti da conflitti irrisolti e interventi esterni.
Collocando la storia del petrolio in una gerarchia di minacce alla sicurezza, la cornice privilegia l'instabilità rispetto ai guadagni economici.
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