
Il Mondiale dei dieci miliardi: la Fifa incassa, i tifosi pagano
Con il torneo allargato a 48 squadre e il baricentro commerciale spostato sugli Stati Uniti, il ciclo 2023-2026 si avvia a diventare il più redditizio di sempre, ma il prezzo della festa ricade su chi riempie gli stadi.
Il dato che ridisegna l’economia del calcio globale è un traguardo atteso ma non per questo meno dirompente: per la prima volta un singolo evento sportivo potrebbe generare ricavi vicini ai dieci miliardi di dollari. La stima, che circola negli ambienti finanziari internazionali e trova conferma nelle proiezioni della stessa Fifa, si riferisce al Mondiale del 2026, ospitato in larga parte dagli Stati Uniti. Il torneo in Qatar aveva già segnato un record con 7,6 miliardi di dollari; ora, con 104 partite e un mercato nordamericano affamato di sport-spettacolo, il ciclo quadriennale in chiusura punta a un fatturato complessivo di circa 13 miliardi, trainato da diritti televisivi, sponsorizzazioni e un sistema di vendita dei biglietti profondamente rivisto.
Il meccanismo che ha permesso questo salto di scala è duplice. Da un lato l’allargamento a 48 nazionali ha moltiplicato le partite e i posti disponibili, dall’altro la Fifa ha adottato un modello di prezzo dinamico e una piattaforma ufficiale di rivendita che trattiene una commissione del 15% sia dal venditore sia dal compratore. Negli Stati Uniti, dove il pubblico è abituato a pagare cifre elevate per gli eventi dal vivo, il biglietto per la finale al MetLife Stadium ha raggiunto un valore nominale di quasi 33.000 dollari, mentre sul mercato secondario alcune quotazioni hanno superato i due milioni. Il presidente Gianni Infantino ha difeso queste cifre sostenendo che sono in linea con altri grandi appuntamenti sportivi americani, ma la reazione di Donald Trump – che ha dichiarato che non pagherebbe mai mille dollari per un biglietto – fotografa una tensione crescente tra la logica commerciale e la base popolare del calcio.
A beneficiare della pioggia di miliardi non è soltanto la federazione internazionale. Le emittenti televisive, pur avendo sborsato somme ingenti per i diritti – Fox Sports avrebbe investito 485 milioni di dollari per il mercato statunitense – stanno monetizzando ogni spazio disponibile. Le pause per idratazione, introdotte ufficialmente per tutelare i calciatori, sono diventate un nuovo inventario pubblicitario: negli Stati Uniti vengono vendute come slot sponsorizzati, con tariffe che per trenta secondi possono raggiungere i 750.000 dollari durante le fasi a eliminazione diretta. In Europa, invece, i telespettatori di emittenti come la BBC restano in parte schermati da questa deriva commerciale, grazie a regole più stringenti sulla pubblicità. Anche gli sponsor tradizionali, da Adidas a Coca-Cola, e nuovi attori come Aramco e Bank of America, consolidano la loro presenza in un ecosistema che, secondo analisti tedeschi, vede nella scala il nuovo modello di business della Fifa.
Chi esce economicamente provato da questo Mondiale sono i tifosi. Oltre al caro-biglietti, i costi di viaggio, alloggio e trasporto locale hanno subito rincari straordinari: il biglietto del treno per raggiungere lo stadio nel New Jersey è passato dai 12,90 dollari abituali a 150 dollari, per poi essere ritoccato al ribasso solo dopo le proteste. La forbice tra chi incassa e chi spende si allarga, mentre la Fifa guarda già al futuro. Il Mondiale del 2030, spalmato su tre continenti con partite in Argentina, Paraguay e Uruguay oltre alle sedi principali di Marocco, Portogallo e Spagna, potrebbe non replicare i volumi di incasso nordamericani: le stesse proiezioni interne prevedono un calo di quasi un miliardo di dollari nelle voci legate a biglietteria e ospitalità. Per questo, negli ambienti vicini alla governance del calcio, si discute di un ulteriore allargamento a 64 squadre, che coinvolgerebbe mercati come Cina e India, con l’obiettivo di mantenere la curva dei ricavi in costante ascesa.
| Stampa israeliana | +0.50 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.60 | critical |
| Stampa latinoamericana | −0.40 | critical |
La FIFA ha realizzato un risultato finanziario senza precedenti, dimostrando la propria capacità di generare profitti enormi dal Mondiale.
Il blocco rende plausibile la sua posizione enfatizzando i dati record e omettendo la distribuzione ineguale dei ricavi.
Il blocco omette di menzionare che i ricavi non sono distribuiti equamente tra i partecipanti e che i costi ricadono sui tifosi.
Il Mondiale è un'arena economica dove pochi vincono e molti perdono; FIFA e sponsor incassano, mentre i tifosi pagano il conto.
Il blocco costruisce la sua critica contrapponendo i vincitori (FIFA, broadcaster) ai perdenti (spettatori), creando una narrazione di ingiustizia.
Il Mondiale non è solo sport, ma un campo di battaglia per l'influenza tra aziende e governi, con sponsor come Aramco e Bank of America che competono per il controllo.
Il blocco svela le relazioni di potere dietro gli sponsor, trasformando la competizione sportiva in una metafora della geopolitica economica.
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