
Il Golfo ridisegna le rotte del commercio e del digitale, tra hub logistici e la sfida della fiducia nell’AI
Dai corridoi intermodali tra Emirati e Oman alla penetrazione quasi totale di internet in Arabia Saudita, la regione accelera su infrastrutture e intelligenza artificiale, mentre resta aperto il paradosso globale della diffidenza verso le macchine.
Il più tangibile segnale della nuova fase di integrazione economica nel Golfo arriva dalla logistica. Il complesso di Sajaa, nell’emirato di Sharjah, sta per diventare una piattaforma multimodale da oltre 850mila container l’anno, capace di cucire porti, aeroporti e zone industriali in un unico tessuto operativo. Non è un progetto isolato: la Camera di commercio di Sharjah ha salutato l’apertura di un corridoio doganale che attraverso i valichi di frontiera unisce gli scali emiratini ai porti dell’Oman, creando un’arteria commerciale che promette di ridurre i tempi di transito e moltiplicare le opzioni per le imprese. Per gli osservatori europei, questa dorsale che si allunga dal Golfo Persico verso l’Oceano Indiano ridisegna le gerarchie dei flussi merceologici regionali, con possibili ripercussioni sulle rotte mediterranee che interessano anche l’Italia.
L’Oman, in particolare, sta trasformando questa connettività fisica in un laboratorio di diversificazione economica. L’autorità per le zone speciali (OPAZ) assegna a ogni area un’identità industriale precisa, mentre a Duqm prende forma un masterplan turistico costiero con marina, campi da golf e strutture eco-compatibili. Ma è sul fronte digitale ed energetico che Mascate accelera con maggior decisione: i pagamenti elettronici sono cresciuti del 76% in un anno, toccando 3,2 miliardi di rial, e i codici QR hanno registrato un balzo del 133%. Al tempo stesso, investitori cinesi hanno annunciato la creazione di un polo manifatturiero solare e di un hub regionale per la cybersicurezza, mentre il ministero dell’Energia spinge su tecnologie per aumentare la produzione di idrocarburi abbattendo le emissioni, in linea con l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050.
L’Arabia Saudita non è da meno sul versante digitale. Secondo i dati ufficiali, il 98% delle imprese è connesso a internet, il 93% utilizza servizi di e-government e l’adozione di intelligenza artificiale è aumentata del 20% in un solo anno. La finanza islamica accompagna questa modernizzazione: fondi conformi alla sharia sostengono sia il commercio al dettaglio sia veicoli di investimento immobiliare e private equity. L’immagine che emerge è quella di un ecosistema in cui modernità tecnologica e tradizione normativa convivono, con Riyadh che punta a fare dell’AI un motore di produttività per l’intero tessuto imprenditoriale.
Eppure, proprio mentre il Golfo abbraccia l’automazione, affiora un paradosso che attraversa i continenti. In Svezia, un dibattito politico ancora acerbo sull’uso di software come Palantir rivela che il 69% dei giovani teme che l’AI possa sottrarre loro posti di lavoro. In Brasile, l’84% dei consumatori diffida delle immagini generate artificialmente e premia i contenuti creati da persone. In Giordania, uno studio Visa mostra che l’80% degli acquirenti usa già l’AI per fare shopping, ma solo il 16% si fida a delegarle il checkout, mentre cresce la preoccupazione per le truffe sui social media. La fiducia, scrivono gli analisti nordici, è la «moneta forte» del futuro: la usiamo con generosità quando la comodità supera la paura, ma resta fragile.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questa doppia velocità del Golfo – infrastrutture fisiche ipermoderne e una digitalizzazione che corre più rapida della regolamentazione sociale – rappresenta al tempo stesso un’opportunità e un monito. I corridoi logistici che avvicinano Sharjah a Mascate possono diventare snodi alternativi per le merci dirette al Mediterraneo, mentre la fame di cybersicurezza e di energia solare made in Oman apre spazi di collaborazione industriale. Ma la lezione più profonda riguarda il governo dell’intelligenza artificiale: la corsa all’adozione senza un’adeguata architettura di fiducia rischia di generare ricchezza effimera. Il Golfo, che sta costruendo il proprio futuro post-petrolio su connettività e algoritmi, potrebbe offrire al mondo un banco di prova decisivo su come conciliare velocità tecnologica e capitale sociale.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Le monarchie del Golfo avanzano spedite sui fronti digitale e logistico: penetrazione internet quasi totale, adozione dell'IA in forte crescita, corridoi integrati porto-aeroporto e finanziamenti conformi alla Sharia disegnano un ecosistema che punta a diventare hub globale di infrastrutture a prova di futuro.
Mentre l'adozione dell'IA esplode, si allarga un profondo deficit di fiducia: gli utenti consegnano allegramente dati personali, ma restano diffidenti verso la tecnologia, e cresce la pressione per un intervento politico che restituisca il controllo democratico sui sistemi di intelligenza artificiale.
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