
Il crepuscolo del Trinamool: defezioni di massa e raid scuotono l’opposizione indiana
Diciannove deputati pronti a unirsi alla coalizione di governo, un mandato d’arresto per la leader Mamata Banerjee e perquisizioni al vertice del partito segnano la crisi più grave del movimento che dominava il Bengala.
Il partito che fino a pochi mesi fa governava il Bengala Occidentale con una maggioranza schiacciante sta vivendo una disintegrazione a cascata, con ripercussioni che da Kolkata si irradiano fino a New Delhi e oltre. Diciannove deputati del Trinamool Congress alla Lok Sabha – secondo la fazione ribelle che si autodefinisce «il vero TMC» – avrebbero già firmato un documento per aderire all’Alleanza Democratica Nazionale guidata dal Bharatiya Janata Party, un passo che, se confermato, ridisegnerebbe gli equilibri parlamentari e avvicinerebbe il governo a una maggioranza dei due terzi necessaria per emendare la Costituzione. Nelle stesse ore, un mandato di comparizione per presunte dichiarazioni comunitarie ha raggiunto l’ex capo di governo Mamata Banerjee, mentre la polizia di Shalboni perquisiva la residenza di suo nipote e delfino politico Abhishek Banerjee alla ricerca di un assistente accusato di vendere candidature elettorali. Il quadro che emerge dai dispacci di Kolkata è quello di un movimento in frantumi, logorato da faide interne e da un’offensiva giudiziaria che molti osservatori locali leggono come una strategia coordinata per smantellare l’opposizione.
La crisi del Trinamool non è soltanto una vicenda bengalese. Secondo analisti di New Delhi, il travaso di parlamentari verso la coalizione di governo si inserisce in un disegno più ampio di consolidamento del blocco nazionalista indù, che dopo la vittoria in Maharashtra sta corteggiando apertamente spezzoni di Shiv Sena UBT e altri partiti regionali. Il leader dell’opposizione Rahul Gandhi ha provato a ricucire, assicurando che il DMK tamil resterà fedele all’«idea di India» nonostante la rottura post-elettorale con il Congresso, mentre l’ex premier del Rajasthan Ashok Gehlot ha invitato tutte le formazioni nate da scissioni congressuali a rientrare sotto la guida di Gandhi. Ma i segnali che arrivano dagli Stati sono contraddittori: in Karnataka il Congresso prepara la tradizionale «politica dei resort» per blindare i propri legislatori in vista delle elezioni per la Camera alta, e in Tamil Nadu l’AIADMK, reduce dal peggior risultato della sua storia, annuncia consultazioni distrettuali che sanno di rifondazione.
Sullo sfondo si accumulano episodi che alimentano la narrativa di una democrazia sotto stress. A Kolkata un incendio misterioso ha distrutto quattromila macchine per il voto elettronico custodite in un edificio governativo, proprio mentre il Trinamool denunciava brogli; il capo del governo del Telangana, Revanth Reddy, ha paragonato il BJP al regime di Kim Jong Un, accusandolo di voler instaurare un sistema a partito unico «rubando prima i voti e ora i seggi», con riferimento al caso della candidata congressuale Meenakshi Natarajan, esclusa dal Rajya Sabha per vizi formali che molti ritengono pretestuosi. Perfino lontano dall’India, in Kenya, le famiglie delle vittime degli incendi scolastici di Endarasha e Utumishi Girls denunciano due anni di oblio istituzionale, a ricordare come la domanda di responsabilità attraversi le latitudini.
Osservatori europei, in particolare da Bruxelles, seguono con apprensione questi sviluppi. L’India è un partner strategico nell’Indo-Pacifico e un pilastro del cosiddetto «sud globale» democratico; un suo slittamento verso un sistema a partito egemone, accompagnato da un indebolimento delle tutele procedurali, avrebbe conseguenze sulla credibilità delle istituzioni multilaterali e sugli equilibri commerciali con l’Unione Europea, in un momento in cui si negoziano accordi di libero scambio e cooperazione tecnologica. La sensazione, leggendo i cablogrammi diplomatici, è che la finestra per un’opposizione unita si stia chiudendo rapidamente, e che il laboratorio politico indiano stia entrando in una fase in cui la competizione elettorale rischia di ridursi a un rituale senza alternative reali.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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L'AIADMK, dopo la peggiore performance elettorale in oltre 50 anni, pianifica consultazioni capillari a livello distrettuale con i suoi membri. Gli incontri saranno organizzati in modo da non interferire con la sessione dell'Assemblea, probabilmente dopo il discorso del Governatore del 18 giugno.
Il partito regionale indiano AIADMK sta organizzando consultazioni interne per riorganizzarsi dopo le sconfitte elettorali, un riflesso dei normali aggiustamenti del sistema multipartitico indiano.
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