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Mondiali 2026, i tifosi del Giappone puliscono lo stadio: «È la nostra cultura»

Dopo il pareggio 2-2 con l'Olanda, i sostenitori nipponici hanno raccolto i rifiuti sugli spalti di Dallas, un gesto virale che affonda le radici nell'educazione scolastica e nel rispetto collettivo.

Non è la prima volta che accade, eppure ogni volta il mondo sembra scoprirlo con rinnovato stupore. Al fischio finale di Giappone-Olanda, terminata 2-2 con un gol agónico di Daichi Kamada all'88', i tifosi della nazionale nipponica non si sono riversati verso le uscite del Dallas Stadium. Armati di guanti e dei caratteristici sacchi blu — gli stessi che durante la partita avevano gonfiato per incitare la squadra — hanno setacciato ordinatamente le gradinate, raccogliendo bottiglie, involucri e bicchieri abbandonati. Le immagini, subito rilanciate dalla FIFA e diventate virali, raccontano di una tradizione che accompagna i Samurai Blue da almeno tre edizioni mondiali, trasformando un gesto di civiltà in un marchio di identità collettiva.

La spiegazione, raccolta da agenzie internazionali come France Presse, arriva direttamente dai protagonisti. «I giapponesi credono che quando si usa un luogo, lo si debba lasciare più ordinato di come lo si è trovato», ha detto il ventenne Eita Tanaka, birra in mano e maglia azzurra addosso. «A scuola puliamo le aule senza che l'insegnante ce lo chieda». È un'abitudine appresa fin dalle elementari, che affonda le radici in un'idea di rispetto estesa non solo agli spazi ma alla comunità intera. Nell'ottica di Tokyo, non si tratta di un'esibizione virtuosa ma di un riflesso quotidiano, lo stesso che porta i giocatori a lasciare immacolati gli spogliatoi e a scrivere messaggi di ringraziamento sulle lavagne.

La reazione globale è stata unanime nell'elogio, ma con sfumature diverse. Negli Stati Uniti, il quarterback della NFL Jameis Winston, corrispondente di Fox Sports per il Mondiale, si è unito spontaneamente alle operazioni di pulizia, offrendo un'immagine di collaborazione interculturale. I media europei, dall'Italia alla Spagna, hanno parlato di «questione d'onore» e di «lezione di stile», mentre in India e nel mondo arabo il gesto è stato letto come un modello di etichetta del tifoso, capace di insegnare qualcosa a un pianeta calcistico spesso segnato da intemperanze e degrado. Non è un caso che la FIFA abbia scelto di amplificare il messaggio, consapevole che il soft power della cortesia può valere quanto uno spot istituzionale.

In un'epoca in cui gli stadi sono spesso teatro di tensioni e di un consumo usa-e-getta degli spazi, la pulizia post-partita dei giapponesi assume i contorni di un piccolo manifesto filosofico. Non si tratta soltanto di rifiuti: è l'applicazione pratica del principio di lasciare il mondo un po' migliore di come lo si è ricevuto. Mentre il Mondiale 2026 prosegue il suo cammino, l'esempio dei tifosi nipponici continuerà a circolare sui social, forse più dei gol. E chissà che, tra un selfie e un coro, qualche altro tifoso non decida di chinarsi a raccogliere una bottiglia. Sarebbe, quella sì, la vera vittoria del Giappone.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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I tifosi giapponesi hanno conquistato ancora una volta l'ammirazione mondiale pulendo gli spalti dopo la partita, mostrando una tradizione culturale di rispetto e pulizia. Il gesto è diventato virale, rafforzando l'immagine dei sostenitori dei Blue Samurai come tifosi esemplari.

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I sostenitori giapponesi hanno dato l'esempio ancora una volta, pulendo lo stadio di Dallas dopo il pareggio con i Paesi Bassi. La FIFA stessa ha condiviso il video, elogiando il gesto come una lezione di civiltà per tutti i tifosi.

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