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Femminicidi e impunità: l’America Latina tra violenza domestica e fallimenti giudiziari

L’assassinio di una funzionaria colombiana per mano di un uomo già condannato per maltrattamenti riaccende l’allarme su una regione dove le misure di protezione restano inefficaci.

Il caso di Valentina Vanegas Gallego, 29 anni, uccisa lunedì 15 giugno nella sua casa di Itagüí, in Colombia, racchiude in sé il fallimento a catena dei meccanismi di tutela. La giovane, funzionaria dell’Istituto di Cultura e Sport del municipio, è stata assassinata dal compagno, un uomo della stessa età che, secondo quanto emerso dalle indagini, aveva già riportato una condanna per violenza intrafamiliare. Era stato però rimesso in libertà per scadenza dei termini processuali, un cortocircuito giudiziario che gli osservatori latinoamericani denunciano da anni come una delle cause strutturali della reiterazione dei femminicidi. I vicini hanno udito le grida di aiuto e hanno allertato la polizia, ma quando gli agenti sono riusciti a entrare nell’abitazione grazie all’intervento di una residente, per Valentina non c’era più nulla da fare.

La stessa settimana, altri episodi hanno disegnato una mappa del dolore che attraversa il continente. In Brasile, a Governador Valadares, un avvocato ha sparato alla ex moglie Ana Paula Rocha in un parcheggio pubblico, per poi togliersi la vita: i corpi sono stati trovati a terra, uno accanto all’altro, in una dinamica che gli investigatori leggono come femminicidio seguito da suicidio. Sempre in Brasile, nello stato del Pernambuco, Silvanice Batista da Silva, agente sanitaria di 47 anni, è stata uccisa dall’ex marito José Rosenildo Martins da Silva con un taglio al collo e ferite alla testa. L’uomo era stato inizialmente fermato e poi rilasciato, per essere arrestato solo cinque giorni dopo, un lasso di tempo che ha suscitato dure critiche da parte dei movimenti femministi locali verso la Polizia Civile. In Messico, a Zacapoaxtla, Susana Vázquez Morales, 34 anni, è stata accoltellata dal fidanzato al termine di una lite domestica; l’aggressore ha poi tentato di tagliarsi la gola prima di essere catturato. La sequenza di eventi conferma un copione tristemente noto: la violenza esplode tra le mura di casa o subito fuori, spesso dopo la fine di una relazione, e l’aggressore cerca la morte o la fuga.

Non sempre il femminicidio è l’esito immediato, ma la violenza di genere si manifesta anche nello spazio pubblico con un’intensità che sconcerta. A Tehuacán, nello stato messicano di Puebla, una donna è stata trascinata e travolta da una camionetta dopo un alterco stradale. Il video, diventato virale, mostra la vittima aggrappata disperatamente alla struttura metallica del veicolo mentre il conducente accelera, ignorando le sue grida. Le autorità stanno ancora cercando il responsabile, e l’episodio, pur non essendo classificato come femminicidio, viene letto dagli analisti come l’ennesima prova di una cultura che normalizza l’uso letale della forza contro le donne, anche in contesti non domestici.

Osservatori dell’America Latina e organismi internazionali come la CEPAL sottolineano che la regione registra i tassi più alti di femminicidio al mondo, con una media di almeno dodici donne uccise ogni giorno per ragioni di genere. Il paradosso è che molti Paesi – dalla Colombia al Brasile, dal Messico al Perù – hanno adottato leggi specifiche contro il femminicidio e ratificato convenzioni come quella di Belém do Pará, ma l’applicazione concreta resta debole. Le misure cautelari vengono concesse con ritardo o revocate per cavilli, le denunce non sono prese sul serio, e i perpetratori con precedenti tornano in libertà per vizi procedurali, come accaduto a Itagüí. Il quadro è aggravato da budget insufficienti per le case rifugio e da una polizia spesso priva di formazione specifica.

Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, questi fatti non sono cronaca lontana. Il fenomeno dei femminicidi transnazionali e la crescente presenza di comunità latinoamericane impongono una riflessione sulla cooperazione giudiziaria e sulla protezione delle donne migranti, che talvolta sfuggono a violenze pregresse solo per ritrovarsi in un contesto di accoglienza impreparato. La pandemia di Covid-19, con i suoi confinamenti, ha esacerbato ovunque la violenza domestica, ma in America Latina ha agito da detonatore su un tessuto sociale già segnato da disuguaglianze profonde. La sfida, secondo gli esperti di politiche di genere, non è più soltanto normativa: occorre finanziare reti di prevenzione, formare operatori e garantire che una condanna per maltrattamenti non si dissolva in un nulla di fatto, perché il prossimo femminicidio potrebbe essere già annunciato.

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martedì 16 giugno 2026

Femminicidi e impunità: l’America Latina tra violenza domestica e fallimenti giudiziari

L’assassinio di una funzionaria colombiana per mano di un uomo già condannato per maltrattamenti riaccende l’allarme su una regione dove le misure di protezione restano inefficaci.

Il caso di Valentina Vanegas Gallego, 29 anni, uccisa lunedì 15 giugno nella sua casa di Itagüí, in Colombia, racchiude in sé il fallimento a catena dei meccanismi di tutela. La giovane, funzionaria dell’Istituto di Cultura e Sport del municipio, è stata assassinata dal compagno, un uomo della stessa età che, secondo quanto emerso dalle indagini, aveva già riportato una condanna per violenza intrafamiliare. Era stato però rimesso in libertà per scadenza dei termini processuali, un cortocircuito giudiziario che gli osservatori latinoamericani denunciano da anni come una delle cause strutturali della reiterazione dei femminicidi. I vicini hanno udito le grida di aiuto e hanno allertato la polizia, ma quando gli agenti sono riusciti a entrare nell’abitazione grazie all’intervento di una residente, per Valentina non c’era più nulla da fare.

La stessa settimana, altri episodi hanno disegnato una mappa del dolore che attraversa il continente. In Brasile, a Governador Valadares, un avvocato ha sparato alla ex moglie Ana Paula Rocha in un parcheggio pubblico, per poi togliersi la vita: i corpi sono stati trovati a terra, uno accanto all’altro, in una dinamica che gli investigatori leggono come femminicidio seguito da suicidio. Sempre in Brasile, nello stato del Pernambuco, Silvanice Batista da Silva, agente sanitaria di 47 anni, è stata uccisa dall’ex marito José Rosenildo Martins da Silva con un taglio al collo e ferite alla testa. L’uomo era stato inizialmente fermato e poi rilasciato, per essere arrestato solo cinque giorni dopo, un lasso di tempo che ha suscitato dure critiche da parte dei movimenti femministi locali verso la Polizia Civile. In Messico, a Zacapoaxtla, Susana Vázquez Morales, 34 anni, è stata accoltellata dal fidanzato al termine di una lite domestica; l’aggressore ha poi tentato di tagliarsi la gola prima di essere catturato. La sequenza di eventi conferma un copione tristemente noto: la violenza esplode tra le mura di casa o subito fuori, spesso dopo la fine di una relazione, e l’aggressore cerca la morte o la fuga.

Non sempre il femminicidio è l’esito immediato, ma la violenza di genere si manifesta anche nello spazio pubblico con un’intensità che sconcerta. A Tehuacán, nello stato messicano di Puebla, una donna è stata trascinata e travolta da una camionetta dopo un alterco stradale. Il video, diventato virale, mostra la vittima aggrappata disperatamente alla struttura metallica del veicolo mentre il conducente accelera, ignorando le sue grida. Le autorità stanno ancora cercando il responsabile, e l’episodio, pur non essendo classificato come femminicidio, viene letto dagli analisti come l’ennesima prova di una cultura che normalizza l’uso letale della forza contro le donne, anche in contesti non domestici.

Osservatori dell’America Latina e organismi internazionali come la CEPAL sottolineano che la regione registra i tassi più alti di femminicidio al mondo, con una media di almeno dodici donne uccise ogni giorno per ragioni di genere. Il paradosso è che molti Paesi – dalla Colombia al Brasile, dal Messico al Perù – hanno adottato leggi specifiche contro il femminicidio e ratificato convenzioni come quella di Belém do Pará, ma l’applicazione concreta resta debole. Le misure cautelari vengono concesse con ritardo o revocate per cavilli, le denunce non sono prese sul serio, e i perpetratori con precedenti tornano in libertà per vizi procedurali, come accaduto a Itagüí. Il quadro è aggravato da budget insufficienti per le case rifugio e da una polizia spesso priva di formazione specifica.

Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, questi fatti non sono cronaca lontana. Il fenomeno dei femminicidi transnazionali e la crescente presenza di comunità latinoamericane impongono una riflessione sulla cooperazione giudiziaria e sulla protezione delle donne migranti, che talvolta sfuggono a violenze pregresse solo per ritrovarsi in un contesto di accoglienza impreparato. La pandemia di Covid-19, con i suoi confinamenti, ha esacerbato ovunque la violenza domestica, ma in America Latina ha agito da detonatore su un tessuto sociale già segnato da disuguaglianze profonde. La sfida, secondo gli esperti di politiche di genere, non è più soltanto normativa: occorre finanziare reti di prevenzione, formare operatori e garantire che una condanna per maltrattamenti non si dissolva in un nulla di fatto, perché il prossimo femminicidio potrebbe essere già annunciato.

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