
Fama, fragilità e rinascita: quando le pop star gettano la maschera
Da Charli XCX che brucia l’era “Brat” al potere salvifico dei BTS, un viaggio nelle strategie con cui artisti e pubblico affrontano l’ombra del successo.
Settembre 2024. A bordo di un volo per Orlando, Debbie Adamson, 67 anni, stringe la mano del marito con tale forza da lasciargli, racconta la cronaca, un’artrite permanente. Non saliva su un aereo da diciassette anni, dopo un volo da incubo da Budapest che le aveva incollato nella mente la certezza di precipitare. Eppure, quel giorno, grazie a una playlist meticolosa dei BTS – la sua “bulletproof playlist” – tiene gli occhi chiusi durante il decollo, si aggrappa al sedile, e a poco a poco si concede di non avere più paura. La musica diventa àncora emotiva, approdo sicuro. Ma la stessa musica che per un’ascoltatrice è rifugio, per chi la crea può diventare un labirinto soffocante. Lo sperimenta ora Charli XCX.
Il suo “Brat” (2024) è stato un fenomeno di massa: estetica verde acido, dancefloor euforico, onnipresenza. La stampa svedese – da Göteborgs-Posten a Smålandsposten – ha documentato il gesto spiazzante: appena raggiunto il culmine, ha dato fuoco a quell’era. Il nuovo album, “Music, fashion, film”, rovescia ogni segno: copertina in bianco e nero con volti severi (John Cale, Marc Jacobs, Martin Scorsese) al posto delle ragazze in lingerie. In “SS26” la passerella conduce dritta all’inferno; in “No One Lasts Forever” David Cronenberg scandisce ossessivamente «nessuno dura per sempre». Eppure, nota la critica di Göteborgs-Posten, l’umorismo nero non l’abbandona: in “Wink wink” scherza sullo scandalo con genio comico. “Il dancefloor è morto”, proclama, e il disco affonda in un nichilismo elegante, lontano dalla festa.
Il gesto di Charli non è isolato. Beth Orton, 55 anni, nel nuovo “The Ground Above” canta di un’amica che conservava gli abiti migliori per un’occasione mai arrivata, e riflette sulla caducità. “Indossa il tuo vestito più bello ora”, è il messaggio. Poi Cher, ottant’anni compiuti a maggio, celebrata dal settimanale Time: da sei decenni trasforma l’eccesso in identità. L’abito trasparente del 1975, la body in mondovisione a quarant’anni, il rifiuto di farsi più piccola. Come Parton, Streisand, Warwick, ha fatto dei tratti per cui fu derisa la propria firma. «Se voglio mettermi le tette sulla schiena, sono affari miei» ha dichiarato. Una longevità per ostinazione, la stessa che Charli sembra aver appreso, rovesciando il tavolo del successo.
Nell’intreccio di storie tra provincia inglese, Stoccolma e Los Angeles, la musica è insieme terapia e miccia. Per Debbie è cura della fobia; per Charli è il combustibile per far saltare la propria immagine; per Orton è accettazione del lutto; per Cher è armatura scintillante. Ogni gesto, dall’ascoltare BTS a diecimila metri al bruciare l’era “Brat”, nasce dall’urgenza di abitare la fragilità senza farsi ingabbiare dalle aspettative. La stampa internazionale osserva queste metamorfosi con curiosità, cogliendo un bisogno diffuso di smarcarsi dai ruoli. Forse l’unica playlist a prova di proiettile, suggeriscono queste cronache, è quella che ci autorizza a essere fragili, contraddittori e, semplicemente, ciò che siamo. Mentre Debbie prepara nuovi voli e Cher continua a sbalordire, Charli XCX lascia il dancefloor vuoto – pronta, forse, a riempirlo di nuove forme.
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