
Eisenkot sfida Netanyahu: la campagna elettorale israeliana si apre tra crisi di leva e annessioni
L'ex capo di stato maggiore lancia Yashar promettendo di chiudere il «governo del 7 ottobre», mentre il premier cede ai partiti haredi e i ministri parlano di controllo totale su Gaza.
A quattro mesi dalle elezioni del 27 ottobre, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot ha ufficialmente aperto la campagna del suo partito Yashar con l’obiettivo dichiarato di porre fine all’era Netanyahu. In un evento nella regione di Sharon, Eisenkot ha promesso di governare «per tutti gli israeliani» e ha definito l’attuale esecutivo «il terribile governo di ottobre», riferendosi all’attacco di Hamas del 2023. Secondo i sondaggi diffusi dalla televisione israeliana, Yashar otterrebbe 22 seggi su 120, subito dietro i 24 del Likud, configurando un testa a testa che gli analisti politici israeliani leggono come il riflesso di una domanda di rinnovamento generazionale e di una leadership percepita come più sobria dopo le perdite personali subite dallo stesso Eisenkot, che ha perso un figlio e due nipoti nei combattimenti a Gaza.
La sfida di Eisenkot si innesta su una coalizione di governo sempre più fragile, esposta ai ricatti dei partiti ultraortodossi. Nei giorni scorsi, il premier Netanyahu ha appoggiato la richiesta di congelare gli arresti per i giovani haredi che evadono la leva, arrivando a paragonare gli interventi della polizia nelle yeshiva a persecuzioni antisemite in Europa. La mossa, denunciata dallo stesso rabbino fondatore di una rete di yeshiva moderate come un diversivo che ignora la mancanza di percorsi di integrazione, è vista negli ambienti della difesa israeliana come un cedimento che aggrava la crisi di organico delle forze armate. Il progetto di blindare lo studio della Torah in una Legge fondamentale, avanzato mentre il Likud cerca di scongiurare il boicottaggio dei voti in parlamento, mostra quanto il premier dipenda dagli alleati haredi per costruire una futura maggioranza.
Sul fronte esterno, l’avvicinarsi del voto coincide con un’escalation retorica e operativa che l’Autorità palestinese e diversi governi europei interpretano come una campagna di annessione strisciante. Il ministro dell’Energia Eli Cohen ha dichiarato che il controllo israeliano su Gaza si estenderà fino al 100 per cento del territorio, mentre la ministra dell’Innovazione Gila Gamliel ha illustrato un piano di «migrazione volontaria» dei palestinesi con il coinvolgimento del Mossad. Parallelamente, il quotidiano Israel Hayom ha rivelato un progetto dei coloni per impossessarsi di cento siti strategici nell’Area A della Cisgiordania, sotto amministrazione palestinese. Per il Ministero degli Esteri palestinese si tratta di «crimini di guerra sistematici» che violano gli accordi di Oslo e le risoluzioni ONU, mentre a Bruxelles si teme che tali iniziative, pur se in parte elettoralistiche, rendano irreversibile l’occupazione e allontanino ogni prospettiva negoziale.
Eisenkot, che fu membro del gabinetto di guerra fino alle dimissioni del giugno 2024, non ha ancora chiarito la propria posizione sulla questione palestinese, limitandosi a invocare una leadership «sionista, onesta e dignitosa» e accusando Netanyahu di aver smarrito visione e strategia. La sua ascesa nei sondaggi è alimentata anche dal voto di chi, in Israele, ritiene che la priorità sia ricostruire la coesione interna e la credibilità internazionale. L’Europa, primo partner commerciale dello Stato ebraico, osserva con apprensione una campagna che rischia di radicalizzare ulteriormente l’agenda del governo uscente. Il voto di fine ottobre, il cui esito resta incerto, deciderà non solo la guida del paese ma anche la direzione di un conflitto che continua a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.
| Stampa iraniana e affini | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | +0.20 | neutral |
Il regime sionista mostra le sue crepe: la sfida di un ex generale a Netanyahu è la prova di una leadership in crisi. L'Iran osserva e coglie l'occasione per denunciare l'ipocrisia di un sistema che si definisce democratico ma è lacerato da lotte intestine.
Si generalizza un singolo episodio politico a sintomo di una crisi sistemica, usando un tono di superiorità morale per delegittimare l'avversario.
Si omette il contesto democratico della competizione elettorale e le ragioni specifiche della sfida, riducendo tutto a una prova di debolezza.
La sfida di un ex capo di stato maggiore a Netanyahu è un momento cruciale per la democrazia israeliana: il sistema mostra la sua capacità di rinnovamento, ma la sicurezza resta prioritaria. Il Paese valuta serenamente le opzioni.
Si equipara la decisione del candidato a un atto di responsabilità nazionale, personalizzando il dibattito politico come scelta tra leader forti.
Si omettono le critiche più aspre al governo Netanyahu e le divisioni sociali, privilegiando una lettura istituzionale e ordinata.
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