
Ebola in Congo, record di contagi in un giorno: l’epidemia accelera e i vaccini mancano
72 nuovi casi in 24 ore portano il totale a 782 infezioni e 181 decessi, mentre la variante Bundibugyo sfida le terapie esistenti e il tracciamento dei contatti crolla al 56%.
Con un balzo di 72 nuove infezioni in un solo giorno – uno degli incrementi più alti dall’inizio dell’epidemia – la Repubblica Democratica del Congo ha superato la soglia dei 782 casi confermati di Ebola e 181 decessi. Il dato, diffuso dal ministero della Salute di Kinshasa, aggrava un quadro già critico: l’attuale focolaio è causato dalla rara variante Bundibugyo del virus, per la quale non esistono vaccini approvati né terapie specifiche, a differenza del più comune ceppo Zaire. Le autorità sanitarie congolesi ammettono che il numero reale dei contagi è probabilmente molto più alto, poiché l’epidemia è stata dichiarata ufficialmente solo a metà maggio, settimane dopo il suo probabile inizio, e la copertura del tracciamento dei contatti è scesa al 56 per cento.
L’organizzazione Medici Senza Frontiere, attiva nelle province orientali, lancia un allarme inequivocabile: «La diffusione del virus sta superando gli sforzi di risposta», afferma la coordinatrice medica d’emergenza Kate White. I centri di trattamento nell’Ituri sono sovraccarichi, molti pazienti arrivano in fase avanzata e la maggioranza non era mai stata identificata dai sistemi di sorveglianza. L’epidemia, la diciassettesima nella storia del paese, resta confinata a tre province – Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu – ma per la prima volta sono stati confermati casi nelle zone sanitarie di Nia-Nia e Mabalako, segno di una espansione geografica che preoccupa gli epidemiologi. A complicare la risposta concorrono l’insicurezza cronica della regione, la disinformazione tra le comunità e i tagli ai finanziamenti umanitari internazionali.
La dimensione regionale del rischio è già evidente: l’Uganda ha registrato infezioni legate allo stesso ceppo, e il virus ha raggiunto un campo profughi che ospita oltre trentamila persone, dove le condizioni igieniche e il sovraffollamento possono innescare una trasmissione incontrollata. Secondo analisti statunitensi, la preparazione a possibili casi di importazione è migliorata rispetto al 2014, quando un uomo liberiano introdusse il virus a Dallas, ma la prospettiva di eventi di massa come i Mondiali di calcio del 2026 riaccende il dibattito sulla vulnerabilità globale. L’Organizzazione mondiale della sanità ha stanziato fondi e lanciato un appello, eppure operatori locali e società civile denunciano carenze di dispositivi di protezione, test diagnostici e personale formato.
A dieci anni dalla devastante epidemia che uccise oltre undicimila persone in Africa occidentale, l’attuale focolaio in Congo mostra quanto resti fragile l’architettura sanitaria globale. Nell’ottica di Bruxelles, l’Unione europea e l’Italia dovrebbero considerare un impegno finanziario e tecnico più incisivo, non solo per solidarietà ma per prevenire un’emergenza di salute pubblica che potrebbe varcare i confini africani. La priorità immediata resta rafforzare il tracciamento dei contatti e accelerare lo sviluppo di contromisure per il Bundibugyo, perché ogni giorno di ritardo moltiplica i costi umani e geopolitici di un’epidemia che il mondo non può permettersi di ignorare.
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Mentre il mondo segue l'epidemia di Ebola in Congo, i media locali nigeriani si concentrano su un focolaio di colera nello Stato di Plateau, con 5 morti e 11 casi confermati. Le autorità sanitarie stanno rafforzando gli interventi per contenere la diffusione, mostrando un approccio pragmatico alle emergenze locali piuttosto che allarmismo globale.
L'impennata dei casi di Ebola a quasi 800 nella RDC, causata dal raro ceppo Bundibugyo per il quale non esistono vaccini né terapie approvate, sta suscitando allarme. I numeri ufficiali sono ritenuti sottostimati a causa del ritardo nella rilevazione e del tracciamento dei contatti sceso al 56%, segnalando una risposta insufficiente e un rischio di diffusione incontrollata.
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