
Droni, sonar e l’eterno confronto tra uomo e mare: il caso Australia
Mentre il Nuovo Galles del Sud corre ai ripari dopo l’attacco di Coogee Beach, il dibattito sull’uso della tecnologia in acqua si allarga alla pesca sportiva e alla conservazione.
Il grave attacco di uno squalo bianco ai danni di Leah Stewart, la nuotatrice trentacinquenne che sabato scorso ha perso un braccio tra le bandiere di sicurezza di Coogee Beach, ha riportato d’urgenza la tecnologia al centro del rapporto tra l’Australia e il suo oceano. Il governo del Nuovo Galles del Sud valuta il dispiegamento permanente di droni dotati di intelligenza artificiale per sorvegliare in tempo reale le spiagge più frequentate, un sistema di allarme precoce che, secondo gli scienziati di Sydney, potrebbe essere operativo già dalla prossima estate. Mentre si discute anche di un abbattimento selettivo degli squali toro – esclusi però i grandi bianchi – l’Australia si interroga su come conciliare sicurezza e rispetto dell’ecosistema marino.
A poche centinaia di chilometri di distanza, nelle acque della South Coast, una megattera è stata liberata da 46 metri di lenza e due boe dopo una complessa manovra condotta da squadre governative e volontari. L’animale, che trascinava anche 13 chilogrammi di alghe, ha ripreso a nuotare più spedito, segno di un intervento riuscito e di una sinergia tra agenzie pubbliche e associazioni. È l’altra faccia della tecnologia in mare: non più arma di difesa o di prelievo, ma strumento di riparazione dei danni spesso causati dalla pesca industriale e ricreativa.
Il confine tra aiuto e minaccia si fa labile nel contemporaneo dibattito che scuote il mondo della pesca sportiva. Negli Stati Uniti e in Canada come in Australia, i sonar a scansione frontale – apparecchiature che offrono un’immagine esatta di ciò che si muove sott’acqua – stanno spaccando la comunità dei pescatori. Chi li difende parla di progresso e maggiori catture; chi li avversa teme la fine della componente artigianale e meditativa della disciplina, oltre a conseguenze serie per gli stock ittici. “Ci si chiede che ne sarà della pesca come sport”, sintetizzano gli esperti del settore. L’Unione Europea, attraverso i suoi organismi per la pesca ricreativa, osserva con attenzione queste tecnologie, già disponibili sul mercato continentale, e il rischio che accelerino il depauperamento di specie già sotto pressione.
Quella che si sta scrivendo in Australia è una parabola globale. La tecnologia promette soluzioni rapide – droni che individuano squali, sonar che mappano banchi di pesci – ma costringe a ripensare il patto tra l’uomo e il mare. Se il Nuovo Galles del Sud sceglie l’innovazione per prevenire tragedie, l’Europa dovrà presto decidere se imbrigliare dispositivi che rischiano di trasformare la canna da pesca in una console da videogioco. La megattera liberata e la nuotatrice mutilata sono i due volti di una stessa sfida: governare la potenza della tecnica senza smarrire il rispetto per l’imprevedibile, sublime alterità dell’oceano.
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