
Dopo il raid israeliano a Beirut, l'Iran contesta la credibilità americana: accordo di pace in bilico
Il capo negoziatore iraniano Qalibaf accusa Washington di non avere né volontà né capacità di rispettare gli impegni, minacciando di interrompere il dialogo dopo l'attacco che ha ucciso due persone nel quartiere Dahye.
Con una dichiarazione affidata ai social media, il principale negoziatore iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha messo in dubbio la serietà degli Stati Uniti dopo il bombardamento israeliano sui sobborghi meridionali di Beirut. «Se mancano la volontà o la capacità di onorare gli impegni, è impossibile parlare di andare avanti», ha scritto, suggerendo che l’attacco dimostra l’incapacità di Washington di contenere il suo alleato e di garantire il rispetto dei patti. Qalibaf, che è anche presidente del Parlamento di Teheran, ha avvertito che senza un cambiamento radicale il percorso negoziale non potrà proseguire, facendo precipitare i delicati colloqui tra Iran e Stati Uniti.
Il raid, condotto nella giornata di domenica contro il quartiere Dahye, roccaforte di Hezbollah, ha causato almeno due morti e quattro feriti, secondo fonti locali. L’azione israeliana arriva in un momento in cui le diplomazie erano convinte di essere a un passo da un’intesa storica: lo stesso presidente Donald Trump aveva lasciato intendere che un memorandum sarebbe stato firmato proprio nel giorno del suo ottantesimo compleanno, Ipotesi poi sfumata. L’attacco, rivendicato da Tel Aviv come operazione mirata contro miliziani del Partito di Dio, ha così riacceso le tensioni proprio mentre l’architettura dell’accordo sembrava definita.
Da Bruxelles si segue con apprensione l’evolversi della crisi. L’Unione Europea, e in particolare l’Italia in prima linea nel Mediterraneo allargato, teme che il fallimento dei negoziati possa ripercuotersi sulla sicurezza energetica e sulle rotte commerciali, già provate dalla guerra in Ucraina. Gli analisti del Vecchio Continente sottolineano come la credibilità americana risulti incrinata non solo agli occhi di Teheran, ma anche presso altri attori regionali, complicando ogni futura mediazione. Non è un caso che la Russia e la Cina osservino con attenzione questa ennesima crepa nell’asse transatlantico, pronti a ritagliarsi un ruolo di garanti alternativi.
Le parole di Qalibaf, pur nella loro durezza, lasciano intravedere un ultimo spiraglio: la richiesta non è di chiudere, ma di ristabilire condizioni di fiducia. Resta da capire se l’amministrazione Trump avrà la forza politica per esercitare pressioni reali su Israele e riportare il processo su binari credibili. In caso contrario, lo scenario che si profila è quello di una escalation incontrollata, con il rischio concreto di un coinvolgimento diretto dell’Iran a fianco di Hezbollah e il definitivo tramonto di ogni prospettiva di pace. Per l’Europa, già in affanno nel vicino Libano con la missione Unifil, sarebbe la tempesta perfetta.
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