
Algeria, la notte di Kansas City e il destino nelle proprie mani
Petković alla vigilia della sfida con l’Austria: «Dobbiamo meritare la qualificazione, non pensiamo a evitare la Spagna né a fare calcoli».
A Kansas City non è ancora scesa la notte, ma il caldo del Missouri avvolge già l’Arrowhead Stadium come un presagio. Davanti ai microfoni, Vladimir Petković non lascia spiragli: «Entriamo per vincere, non per non perdere. Dobbiamo essere padroni del nostro destino». La frase, scolpita in un inglese che tradisce le radici bosniache e la carriera svizzera, è il manifesto di un’Algeria che si presenta all’ultima giornata del Gruppo J con tre punti, gli stessi dell’Austria, e la consapevolezza che un pareggio potrebbe bastare a entrambe – ma anche condannare una delle due, se i risultati degli altri gironi dovessero allinearsi in modo avverso.
La classifica racconta di un girone già segnato dall’Argentina, a quota sei e già certa del primo posto, e da una Giordania eliminata. Restano i “Fennec” e la squadra di Ralf Rangnick, che ha ritrovato il difensore Posch nonostante una frattura alla mandibola e che, secondo le indiscrezioni raccolte negli ambienti della Federcalcio austriaca, chiederà ai suoi un pressing altissimo fin dal fischio d’inizio. Petković, dal canto suo, sa di dover fare a meno di Amoura, la freccia offensiva non ancora recuperata, ma recupera Bensebaini in difesa e si affida alla profondità di una panchina che già contro la Giordania ha cambiato l’inerzia della partita. «Abbiamo mostrato più del 75 per cento del nostro potenziale – ha spiegato il tecnico –, possiamo ancora crescere».
La vigilia algerina è stata attraversata da una polemica sotterranea. Ex giocatori e analisti, soprattutto sulle piattaforme arabofone, hanno messo in dubbio la tenuta mentale del gruppo, accusando la federazione di non proteggere abbastanza lo spogliatoio. Petković ha scelto la via dell’understatement: «Le critiche non hanno toccato la squadra. Conta solo la nazionale, non il singolo». Una risposta che, nell’ottica dei commentatori nordafricani, suona come un appello all’unità in un Paese dove il calcio è molto più di uno sport. Il tecnico ha anche mostrato ai giocatori le immagini di Gijón ’82, la storica vittoria contro la Germania Ovest, per caricare l’ambiente di un’eredità emotiva.
Sul piano tattico, la sfida si annuncia come un duello tra due filosofie opposte: l’aggressività sistemica del “calcio liquido” di Rangnick e la gestione paziente degli spazi che Petković ha affinato in anni di Bundesliga. Non a caso, il ct algerino ha ricordato che molti dei suoi uomini giocano in Germania e conoscono bene i meccanismi degli avversari. «L’Austria ha un’identità forte, ma ogni squadra ha punti deboli – ha detto –. Sappiamo cosa fare per colpirli». Nessun accenno, invece, all’ipotesi di un incrocio con la Spagna agli ottavi: «Non si può pensare a questo nel calcio. Prima bisogna meritare, poi si vedrà».
Quando l’alba italiana di domenica porterà il fischio d’inizio, l’Algeria avrà di fronte non solo l’Austria ma anche il peso di un’intera nazione che si aspetta il passaggio del turno. La qualificazione, in un mondiale allargato a 48 squadre, premierebbe anche le migliori terze, ma Petković ha scelto di non fare calcoli. La prossima tappa concreta è già scritta: chi vince vola ai sedicesimi, chi perde rischia di tornare a casa con la sensazione amara di aver giocato con il freno a mano tirato.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il tecnico algerino predica concentrazione assoluta sulla vittoria contro l'Austria, rifiutando ogni calcolo esterno. Una parte della stampa si erge a difesa della squadra, denunciando una campagna di critiche pretestuose che mirano a destabilizzare il gruppo alla vigilia della sfida decisiva.
Il commissario tecnico dell'Algeria smentisce qualsiasi piano per evitare la Spagna agli ottavi, definendo simili speculazioni irrilevanti. L'unica strada per la qualificazione, ribadisce, passa dal guadagnarsela sul campo contro l'Austria.
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