
Alan Greenspan, l’oracolo della Fed che ha lasciato in eredità bolle e indipendenza
La scomparsa a 100 anni dell’ex presidente riapre il dibattito sul ‘Greenspan put’ e sulla politica che favorì la Grande Recessione, mentre il nuovo governatore Warsh ne raccoglie il testimone.
La scomparsa di Alan Greenspan, avvenuta il 22 giugno all’età di 100 anni, ha riacceso il dibattito su un’eredità che continua a condizionare le banche centrali di tutto il mondo. L’ex presidente della Federal Reserve, in carica dal 1987 al 2006, ha plasmato la politica monetaria con due pilastri: il ‘Greenspan put’, ovvero la garanzia implicita di intervento a sostegno dei mercati dopo lo scoppio di una bolla, e il ‘Greenspeak’, il linguaggio volutamente criptico con cui pilotava le aspettative. Oggi, mentre il nuovo governatore Kevin Warsh si insedia, il modello di Greenspan torna sotto esame, con gli analisti americani ed europei che ne misurano costi e benefici in un’epoca di rinnovata turbolenza finanziaria.
La dottrina Greenspan si fondava su un assunto: la Fed non può riconoscere con certezza una bolla speculativa, quindi è preferibile astenersi da interventi preventivi e limitarsi a ripulire i danni una volta esplosa. Questa strategia ha accompagnato due delle più grandi bolle della storia moderna – quella dei titoli tecnologici a fine anni Novanta e quella del credito immobiliare culminata nel 2007-2008. Se il primo scoppio fu assorbito con relativa rapidità grazie a un allentamento monetario aggressivo, il secondo innescò la Grande Recessione, con costi globali che in Europa si tradussero nella crisi dei debiti sovrani e in Italia in una lunga stagnazione. Lo stesso Greenspan, in un discorso del 2002, ammise che se i risultati della gestione post-bolla fossero stati insoddisfacenti, si sarebbero dovute cercare alternative, pur riconoscendo la difficoltà di individuare le bolle in anticipo.
L’indipendenza della Fed, consolidata da Greenspan come baluardo tecnocratico, rappresenta forse il suo lascito più duraturo. In un’America segnata da una crescente sfiducia nelle istituzioni, la banca centrale ha mantenuto una credibilità che le ha permesso di agire come ancora di stabilità. Eppure, secondo osservatori di Bruxelles e Washington, quella stessa indipendenza è oggi minacciata da pressioni politiche che potrebbero incrinare la fiducia dei mercati. Sul fronte interno, il bilancio è contraddittorio: se da un lato Greenspan guidò con maestria la commissione bipartisan che nel 1983 salvò la Social Security, dall’altro la sua fede nella capacità di autoregolamentazione delle banche favorì la deregulation che amplificò la crisi del 2008.
Con l’arrivo di Warsh, il dilemma delle bolle torna al centro del dibattito. Il nuovo presidente, che considera Greenspan un modello, sembra condividere la riluttanza a sgonfiare preventivamente gli eccessi di mercato, ma con una differenza: potrebbe rivelarsi più simmetrico, astenendosi sia dal sostenere le fasi euforiche sia dall’intervenire durante i crolli, eliminando di fatto il ‘Greenspan put’. Per gli investitori europei e italiani, abituati a contare su una rete di sicurezza implicita, questo cambio di rotta introdurrebbe un elemento di incertezza in un contesto già segnato da valutazioni elevate. Il primo banco di prova saranno le prossime riunioni del FOMC, quando Warsh dovrà chiarire se intende proseguire sulla via del laissez-faire o inaugurare una nuova fase di vigilanza attiva.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La morte di Greenspan riaccende le critiche sulla sua eredità: il 'Greenspan put' è accusato di aver incoraggiato un'eccessiva assunzione di rischi, sfociata nella Grande Recessione. L'attuale leadership della Fed viene messa in guardia dal ripetere l'errore di ignorare le bolle speculative. L'ex oracolo è oggi dipinto più come un monito che come un maestro.
La scomparsa di Greenspan invita a una riflessione sfumata su un'eredità segnata dal 'Greenspan put' e dal notoriamente criptico 'Greenspeak'. Se da un lato le sue politiche sono oggi considerate complici degli eccessi finanziari, l'omaggio ricorda anche l'uomo dietro il tecnocrate: un clarinettista di talento che suonò con giganti del jazz. Il dibattito è meno un verdetto che un complesso bilancio storico.
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