
Addio a Greenspan, la Fed riscopre l’ambiguità: Warsh archivia la forward guidance
La scomparsa del ‘maestro’ coincide con la svolta opaca del nuovo presidente Kevin Warsh, che elimina il ‘dot plot’ e genera un vuoto comunicativo mentre i mercati si dividono sui tassi.
A cento anni si è spento Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, architetto della “Grande Moderazione” e poi figura controversa dopo la crisi del 2008. La sua morte coincide con un cambio di rotta comunicativa della banca centrale americana: il nuovo presidente Kevin Warsh ha annunciato l’abbandono della “forward guidance” e del “dot plot”, le proiezioni sui tassi, con l’intento di ridurre il rumore di fondo e tornare a un registro più cauto, nello stile di Greenspan. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha elogiato la scelta, invitando però i banchieri centrali a restare aperti sugli effetti inflazionistici di un possibile conflitto con l’Iran e sui guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale. L’effetto immediato è un vuoto informativo che ha già prodotto una divergenza straordinaria nelle attese sui tassi: secondo economisti di Bank of America la Fed alzerà i tassi tre volte quest’anno, mentre Citigroup prevede tre tagli, uno scarto di 150 punti base in sei mesi che non si vedeva da due decenni.
Warsh ha motivato la svolta con la necessità di evitare false certezze, annunciando gruppi di lavoro su comunicazione, bilancio, qualità dei dati, produttività e quadro dell’inflazione, i cui risultati arriveranno entro fine anno. Ma da Francoforte e da altri osservatori europei si leva più di un dubbio: rinunciare alla forward guidance potrebbe essere letto come un tentativo di nascondere l’incapacità di formulare previsioni affidabili, mentre il Tesoro americano, spostando il debito sulle scadenze brevi, rende il bilancio federale ipersensibile ai tassi controllati direttamente dalla Fed. Con un debito pubblico al 100 per cento del Pil e un deficit annuo al 6 per cento, gli interessi sul debito superano già la spesa per il Pentagono: ogni rialzo dei tassi diventa così un’arma politica nelle mani di Donald Trump, che accusa la banca centrale di soffocare la crescita.
La riesumazione dello stile oracolare di Greenspan – celebre la sua frase “se vi sembra che io sia stato chiaro, vuol dire che mi avete frainteso” – riapre il dibattito sulla sua eredità. Negli anni Novanta quella ambiguità permise alla Fed di gestire con flessibilità la bolla delle dot-com, ma anche di non alzare i tassi quando il mercato si surriscaldava, contribuendo allo scoppio della bolla nel 2000 e, più tardi, alla bolla immobiliare. Lo stesso Greenspan ammise nel 2008 di aver sbagliato a confidare nell’autodisciplina delle banche. Per l’Europa e per l’Italia, un ritorno a una Fed meno prevedibile significa un dollaro più volatile, con ripercussioni sui costi dell’energia importata e sui flussi di capitale, mentre la Bce è chiamata a decidere le proprie mosse in un contesto esterno più opaco.
Il prossimo appuntamento concreto sono i rapporti dei gruppi di lavoro della Fed, attesi per la fine dell’anno, che potrebbero ridisegnare il framework di politica monetaria. Nel frattempo i mercati dovranno decifrare dati economici sempre più contrastanti: l’inflazione core viaggia verso il 4 per cento, ma il mercato del lavoro potrebbe indebolirsi. Resta sullo sfondo l’incognita del prezzo del petrolio, che Bessent ha esplicitamente collegato al rischio di nuove pressioni inflazionistiche. La Bce, da Francoforte, osserva con attenzione: un errore di comunicazione della Fed in un momento di debito globale elevato avrebbe conseguenze che attraverserebbero l’Atlantico.
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Il Segretario al Tesoro americano ha rivelato che i colloqui con l'Iran prevedono il passaggio alla fatturazione in dollari per le vendite di petrolio, integrando Teheran nel sistema del biglietto verde. Un segnale di pragmatismo che rafforza la centralità del dollaro.
Alan Greenspan, l'«Oracolo» della Fed, è morto a 100 anni. In Russia lo si ricorda come involontario artefice del miracolo economico post-sovietico, e i suoi consigli continuano a influenzare la banca centrale russa. La sua eredità è fatta di bolle e di una fede malriposta nell'autoregolazione dei mercati.
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