
Tra l’ombra dell’intesa Usa-Iran e le minacce di Trump, riprendono i colloqui Libano-Israele
Il quinto round di negoziati diretti si apre a Washington mentre il cessate il fuoco mediato dall’accordo tra Washington e Teheran ridefinisce gli equilibri sul terreno e indebolisce Beirut.
Prendono avvio oggi a Washington, sotto l’egida del Dipartimento di Stato e del Pentagono, i nuovi colloqui diretti tra Libano e Israele – il quinto round da aprile – articolati in sessioni politiche e militari distinte. L’iniziativa si inserisce in un quadro diplomatico reso più complesso dalla recente intesa preliminare tra Stati Uniti e Iran, firmata in Svizzera con la mediazione di Pakistan e Qatar, che ha imposto un cessate il fuoco su tutti i fronti, Libano compreso. Secondo fonti libanesi e diplomatiche occidentali, quell’accordo ha di fatto rafforzato Hezbollah e sottratto margine di manovra allo Stato libanese, che pure rivendica la titolarità esclusiva delle trattative con Israele.
Le posizioni negoziali restano distanti. Da parte libanese, l’obiettivo prioritario è ottenere un calendario «ragionevole» per il ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese, dove le truppe di Tel Aviv mantengono una zona di sicurezza che il primo ministro Netanyahu ha dichiarato intenzione di preservare a tempo indeterminato. Israele, secondo quanto ribadito dal portavoce governativo Mencer, punta al disarmo e allo smantellamento di Hezbollah, indicato come unico ostacolo a un accordo di pace. Il movimento sciita, sostenuto dall’Iran, respinge il disarmo totale e ha chiesto al governo di Beirut di abbandonare i negoziati diretti, scommettendo piuttosto sulla capacità di Teheran di strappare concessioni nel quadro del dialogo parallelo con Washington.
L’intesa Usa-Iran ha prodotto la tregua più duratura dall’inizio delle ostilità, ma secondo analisti mediorientali non ha modificato strutturalmente i termini del confronto. La Casa Bianca ha attivato un meccanismo di monitoraggio tramite il Comando centrale (Centcom) per verificare sul campo il rispetto del cessate il fuoco, e i mediatori hanno annunciato la creazione di una «cellula di de-escalation» che coinvolgerà anche il governo libanese. Tuttavia, fonti vicine ai negoziatori libanesi esprimono scetticismo sulla possibilità di progressi tangibili in tre giorni di colloqui, denunciando un persistente deficit di fiducia con la controparte israeliana. Il presidente libanese Joseph Aoun, in un colloquio telefonico con il vicepresidente americano JD Vance e il premier qatariota, ha insistito perché ogni intesa sul futuro del Libano passi attraverso le istituzioni di Beirut.
La guerra, scatenata il 2 marzo dall’offensiva di Hezbollah in solidarietà con l’Iran e dalla successiva invasione israeliana del sud, ha causato oltre quattromila morti in Libano. I quattro round precedenti non avevano prodotto un cessate il fuoco durevole, mentre ora la calma relativa – pur segnata da violazioni – offre una finestra diplomatica. Per l’Europa e l’Italia, la posta in gioco non è solo la stabilità del Mediterraneo orientale: Teheran ha rivendicato nel fine settimana la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per gli approvvigionamenti energetici, smentita da Washington ma indicativa della volatilità regionale. I colloqui di Washington rappresentano dunque un test per la tenuta del doppio binario negoziale americano e per la capacità degli attori locali di ritagliarsi un ruolo autonomo in un dossier sempre più intrecciato con il destino dell’accordo nucleare e della guerra in corso tra Stati Uniti e Iran.
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Israele, sotto Netanyahu, ha dichiarato che manterrà l'occupazione del Libano meridionale e continuerà le offensive militari, con il pretesto di una 'zona di sicurezza' e di 'neutralizzare le minacce'. Ciò avviene nonostante i colloqui USA-Iran e un presunto meccanismo di deconflitto, smascherando la vera natura aggressiva del regime sionista.
Libano e Israele iniziano un quinto round di colloqui diretti a Washington, offuscato dall'accordo USA-Iran che ha prodotto una tregua temporanea nei combattimenti. I funzionari libanesi insistono che i negoziati faccia a faccia sono l'unica via per porre fine a una guerra che ha ucciso oltre 4.000 persone da marzo, ma i round precedenti non sono riusciti a garantire un cessate il fuoco duraturo.
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