
Accordo Iran-Usa: Hormuz riaperto, ma lo sblocco dei fondi resta in bilico
Trump annuncia la fine del blocco navale, ma Washington nega il rilascio immediato dei beni congelati, subordinandolo all'adempimento degli impegni nucleari da parte di Teheran.
L’annuncio del presidente Donald Trump ha colto di sorpresa gli osservatori internazionali: l’accordo con l’Iran è «completo», lo Stretto di Hormuz viene riaperto senza dazi di transito e il blocco navale americano è revocato con effetto immediato. Una svolta che, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe allentare la tensione militare nel Golfo Persico e rassicurare i mercati energetici globali. Eppure, a poche ore dalla dichiarazione trionfale, è emersa una frattura profonda tra le due capitali sul capitolo più delicato: lo sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero.
Secondo fonti americane, la smentita è categorica: nessun miliardo di dollari sarà trasferito a Teheran prima che l’Iran abbia dimostrato di aver ottemperato ai propri obblighi. «È un accordo basato sul principio del pagamento contro prestazione», ha spiegato un alto funzionario, «nessun asset congelato verrà liberato finché gli iraniani non avranno attuato i loro impegni». La precisazione arriva in risposta alle affermazioni del vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, il quale aveva legato la prosecuzione del negoziato – un percorso di sessanta giorni – al soddisfacimento preliminare di richieste di Teheran, fra cui appunto la restituzione di somme stimate in circa dodici miliardi di dollari. La distanza fra le due narrative rivela quanto il percorso appena avviato poggi su fondamenta ancora fragili.
Da Londra, analisti finanziari sottolineano che qualsiasi allentamento delle sanzioni, incluso lo scongelamento degli asset, sarà direttamente proporzionale ai progressi verificabili sul programma nucleare iraniano. Una condizionalità che rispecchia la linea tradizionale di Washington, ma che collide con l’ottica di Teheran, dove si interpreta la riapertura di Hormuz e la rimozione del blocco navale come un primo passo unilaterale americano, a cui dovrebbero seguire gesti concreti di distensione economica. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la riapertura dello stretto – crocevia di circa un quinto del traffico petrolifero mondiale – rappresenta un sollievo immediato, scongiurando il rischio di un’impennata dei prezzi del greggio che avrebbe colpito duramente le economie mediterranee. Bruxelles, tuttavia, segue l’evoluzione con prudenza, consapevole che il nodo nucleare resta irrisolto e che un fallimento del dialogo riporterebbe la crisi al punto di partenza.
La fase negoziale di sessanta giorni si apre dunque sotto il segno di un’ambiguità pericolosa. Se per Washington la revoca del blocco navale è un gesto di buona volontà che non pregiudica la sequenza degli adempimenti, per Teheran potrebbe rappresentare un precedente che legittima la richiesta di benefici immediati. Il rischio è che il meccanismo «pagamento contro prestazione» venga percepito in Iran come un espediente dilatorio, alimentando la sfiducia e inasprendo le posizioni. Gli osservatori mediorientali avvertono che la partita si giocherà sulla capacità di definire tappe verificabili e reciproche, mentre l’Italia e i partner europei, forti dei canali diplomatici ancora aperti con entrambe le parti, potrebbero svolgere un ruolo di facilitazione per evitare che l’intesa si sgretoli prima ancora di entrare nel vivo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Fonti ufficiali americane hanno respinto le affermazioni iraniane su un accesso immediato ai fondi congelati, definendole fuorvianti e del tutto infondate. L'intesa, sottolineano, si basa sul principio del pagamento contro adempimento: nessuna somma sarà sbloccata prima che Teheran onori i propri impegni. La divergenza tra le versioni rivela una profonda frattura già nella fase iniziale del negoziato.
Punti chiave dell'intesa tra Washington e Teheran restano irrisolti, mentre l'Iran esige la revoca definitiva delle sanzioni e lo sblocco immediato dei fondi congelati. Una bozza non verificata di memorandum elenca quattordici clausole, tra cui la liberazione di dodici miliardi di dollari prima dell'avvio dei colloqui. Le versioni discordanti mettono in luce la fragilità dell'accordo preliminare.
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