
La tregua USA-Iran affonda il dollaro e il petrolio, i mercati tornano a respirare
L’annuncio di un memorandum per la fine della guerra e la riapertura dello Stretto di Hormuz scatena un’ondata di ottimismo, ma restano incognite sul nucleare iraniano.
Il dollaro ha toccato i minimi da dieci giorni e il petrolio è precipitato sotto gli 84 dollari al barile, mentre le borse asiatiche registravano rialzi vigorosi. La scossa ai mercati globali è arrivata domenica, quando Washington e Teheran hanno annunciato un quadro preliminare per porre fine al conflitto, revocare il blocco navale americano e riaprire lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita un quinto del greggio mondiale. Secondo gli analisti mediorientali, la prospettiva di un ritorno alla normalità per le rotte petrolifere ha immediatamente compresso il premio di rischio geopolitico che aveva sostenuto il biglietto verde, mentre la stampa asiatica ha registrato un balzo degli indici azionari trainato dal sollievo degli investitori.
L’intesa preliminare, che dovrebbe essere formalizzata venerdì in Svizzera, prevede la fine delle ostilità e la sospensione del blocco navale imposto dagli Stati Uniti, ma lascia in sospeso la questione cruciale del programma nucleare iraniano. Fonti libanesi e israeliane sottolineano come il presidente Trump abbia usato toni trionfalistici sul suo social network, scrivendo «accendete i motori, lasciate fluire il petrolio», un messaggio che ha immediatamente calmierato i futures del greggio. Tuttavia, osservatori israeliani notano un paradosso: l’accordo, pur essendo un successo diplomatico americano, ha indebolito il dollaro anziché rafforzarlo, segno che i mercati stanno premiando soprattutto la riduzione del rischio sistemico e il ritorno della propensione al rischio.
L’eco della tregua si è propagata ben oltre l’Asia. In Brasile, il real si è apprezzato e l’Ibovespa ha aperto in rialzo, con gli analisti brasiliani che collegano il movimento al duplice effetto del calo del dollaro e della discesa del petrolio, quest’ultimo capace di alleggerire le pressioni inflazionistiche sui costi di trasporto e produzione. In Europa, il Brent sotto gli 84 dollari è stato accolto come un potenziale freno all’inflazione importata, offrendo margini di manovra alle banche centrali, ma gli operatori restano cauti: il memorandum non scioglie i nodi sul nucleare e la firma di venerdì potrebbe essere rinviata se emergessero divergenze sui dettagli tecnici.
La cautela è il sentimento dominante tra gli analisti di Bruxelles e Washington. La riapertura dello Stretto di Hormuz eliminerebbe un collo di bottiglia che, secondo stime israeliane, aveva sottratto al mercato circa venti milioni di barili al giorno, ma la pace definitiva dipenderà da negoziati successivi sul programma atomico di Teheran. Se l’accordo reggerà, l’economia globale potrebbe beneficiare di un disgelo strutturale, con effetti positivi sulle catene di approvvigionamento e sui costi energetici per l’industria italiana, fortemente dipendente dal gas e dal petrolio mediorientali. Per ora, i mercati scelgono l’ottimismo, ma lo fanno con il fiato sospeso, consapevoli che la regione resta una polveriera e che la firma di venerdì sarà solo il primo banco di prova di una pace tutta da costruire.
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Il dollaro è sceso al minimo di dieci giorni dopo che Washington e Teheran hanno concordato un quadro di pace, facendo crollare i prezzi del petrolio e aumentando la propensione al rischio. Il memorandum sarà firmato venerdì in Svizzera, ma resta cautela sui dettagli ancora da definire, incluso il futuro del programma nucleare iraniano.
Il dollaro si è indebolito toccando i minimi di dieci giorni, portando sollievo ai mercati finanziari dopo l'annuncio di un accordo preliminare di pace tra Stati Uniti e Iran. Il petrolio è calato e gli investitori si sono spostati su asset più rischiosi; la firma ufficiale è attesa venerdì in Svizzera, ma i contenuti precisi restano ignoti.
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