
A Versailles, l’oro vero e la diplomazia: Macron seduce Trump, ma la prova è nei fatti
Il vertice G7 di Évian si chiude con una cena sontuosa nella reggia del Re Sole, dove il presidente francese ha corteggiato l’inquilino della Casa Bianca tra storia e grandeur, ottenendo aperture che ora attendono conferme concrete.
Il G7 di Évian-les-Bains si è concluso con un’immagine destinata a restare: Donald Trump e Emmanuel Macron a cena nella Galleria degli Specchi di Versailles, sotto i lampadari che videro Benjamin Franklin ottenere l’appoggio di Luigi XVI alla causa indipendentista. Non un semplice décor, ma un messaggio politico. «Non è oro placcato, è roba seria», ha commentato lo stesso Trump, notoriamente sensibile al lusso e alla simbologia del potere. Macron, che aveva già modificato il calendario del vertice per evitare conflitti con l’ottantesimo compleanno del tycoon, ha trasformato la reggia in uno strumento di diplomazia personale, puntando a «riconvergere» l’alleato americano verso le posizioni europee su Ucraina, Iran e Libano.
Secondo gli analisti di Bruxelles, l’operazione ha prodotto un «successo oggettivo» nel breve termine: Trump ha mostrato un’inedita disponibilità al dialogo, stemperando le tensioni che avevano caratterizzato i precedenti consessi multilaterali. La stampa anglosassone sottolinea come il presidente americano, che in passato aveva ironizzato sul rapporto tra Macron e la moglie Brigitte, abbia invece elargito strette di mano prolungate e sorrisi, accettando di prolungare la sua permanenza in Francia proprio per il fastoso banchetto. Un cambiamento di tono che, secondo fonti diplomatiche europee, riflette la strategia dell’Eliseo: usare la grandeur francese per lusingare un interlocutore sensibile all’estetica del potere, nella speranza di ammorbidirne le posizioni su dazi e impegni di sicurezza.
Tuttavia, da Washington e dalle capitali alleate il giudizio rimane sospeso. La stampa italiana e francese riporta le critiche delle opposizioni, che bollano Macron come «leccapiedi», ma anche la consapevolezza che la partita si gioca su terreni ben più concreti: il cessate il fuoco in Ucraina, il negoziato sul nucleare iraniano e la stabilizzazione del Libano. Versailles, con il suo carico storico – fu lì che nel 1783 venne firmato il trattato d’indipendenza americana – ha offerto la scenografia perfetta per riannodare un filo transatlantico che Trump ha più volte minacciato di recidere. Eppure, come avvertono gli sherpa europei, la disponibilità mostrata dal presidente americano al tavolo dell’Évian rischia di restare un «momento» se non sarà seguita da atti concreti.
L’Italia, tradizionalmente ponte tra le due sponde dell’Atlantico, osserva con interesse questa ritrovata sintonia, ma senza illusioni. Il governo di Roma, che ha sempre cercato di mantenere un canale privilegiato con Washington, spera che il riavvicinamento franco-americano possa tradursi in un quadro multilaterale più coeso, utile anche a gestire le crisi mediterranee. Al contempo, gli osservatori italiani notano come Macron abbia saputo capitalizzare l’eredità di Versailles – già teatro dei ricevimenti per Elisabetta II, Kennedy, Gorbaciov e persino Putin – per riaffermare il ruolo della Francia come potenza diplomatica indispensabile, in un momento in cui la leadership tedesca appare incerta e Londra è fuori dai giochi comunitari.
La vera incognita, ora, è la tenuta degli impegni. Trump ha elogiato la «roba seria» di Versailles, ma la sua amministrazione resta imprevedibile su commercio e alleanze militari. Se il G7 di Évian ha mostrato un presidente americano più conciliante, il banchetto nella reggia del Re Sole ne ha rivelato la psicologia: sensibile al prestigio, incline a ricambiare l’omaggio. Macron ha giocato questa carta con abilità, ma la partita si deciderà lontano dai lampadari, nei negoziati sui dazi e negli aiuti a Kiev. La grandeur, da sola, non basta a fare la storia.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Macron ha trasformato la cena a Versailles in uno strumento di soft power per ammaliare Trump e ricondurlo nel solco degli alleati, celebrando il legame storico franco-americano. L'opposizione ha gridato all'adulazione, ma i commentatori continentali lo leggono come un successo pragmatico, un investimento diplomatico che ha pagato.
La cena sfarzosa a Versailles è stata una mossa calcolata di Macron per corteggiare Trump con oro massiccio e grandeur, nella speranza di allentare le tensioni. I critici la bollano come pura adulazione, e il gesto mette a nudo la natura transazionale di un rapporto fondato sullo spettacolo più che sulla sostanza.
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