
Visti e sospetti: le maglie iraniane del Mondiale 2026 già strette nella morsa diplomatica
Il visto monouso scaduto a Mehdi Torabi e i controlli prolungati su Taremi e Alhoei a Los Angeles rivelano le crepe di un’accoglienza che rischia di condizionare la partecipazione dell’Iran al torneo nordamericano.
La trasferta della nazionale iraniana negli Stati Uniti, pensata come tappa di avvicinamento al Mondiale 2026, si è trasformata in un banco di prova diplomatico. Il caso più emblematico riguarda l’esterno Mehdi Torabi: mentre ai compagni di squadra erano stati concessi visti a ingressi multipli, il suo permesso era valido per un solo accesso. Scaduto dopo la partita inaugurale contro la Nuova Zelanda a Los Angeles, il visto ha lasciato il giocatore nell’impossibilità di rientrare in territorio americano per i prossimi impegni. La federazione iraniana ha già avviato le pratiche per un nuovo documento, ma l’episodio – letto da Teheran come un’anomalia mirata – getta un’ombra sulla reale disponibilità di Washington a garantire la piena partecipazione della squadra.
Non si è trattato dell’unico intoppo. Secondo fonti iraniane, il capitano Mehdi Taremi e il membro dello staff tecnico Saeid Alhoei hanno subito ritardi ingiustificati sia all’arrivo sia alla partenza dall’aeroporto di Los Angeles. Mentre il resto della delegazione si imbarcava per Tijuana, i due sono stati trattenuti per ore a un controllo di frontiera, causando lo slittamento del volo. Le autorità statunitensi non hanno fornito spiegazioni ufficiali, ma la dinamica – unita alla disparità dei visti – alimenta la percezione, diffusa negli ambienti sportivi mediorientali, di una strategia di pressione selettiva che sconfina dal terreno burocratico a quello politico.
La vicenda si inserisce in un quadro di relazioni tra Washington e Teheran segnate da decenni di sfiducia, ora amplificate dalla prospettiva di un Mondiale ospitato in Nord America. L’Iran, già qualificato o in corsa per un posto nella fase finale, ha scelto di prepararsi nella regione, ma la logistica si scontra con le restrizioni sui visti e con il clima di sospetto reciproco. Analisti europei osservano che il caso iraniano rappresenta un test per la capacità della FIFA di garantire un torneo realmente universale, libero da barriere politiche. Bruxelles, che ha seguito con attenzione i negoziati sul nucleare, teme che simili incidenti possano moltiplicarsi coinvolgendo anche altre nazionali provenienti da paesi sotto sanzioni o con relazioni tese con Washington.
Al momento la squadra si trova a Tijuana, in Messico, dove proseguirà la preparazione in attesa di chiarimenti. La federcalcio iraniana ha assicurato di aver avviato «le procedure necessarie» per ottenere un nuovo visto per Torabi, ma il tempo stringe e la macchina diplomatica non offre garanzie. Se il permesso non arrivasse in tempo, l’assenza dell’esterno – pedina chiave nello scacchiere del ct Ghalenoei – indebolirebbe le ambizioni di una nazionale che punta a superare la fase a gironi. Più in profondità, l’intera vicenda solleva un interrogativo che andrà ben oltre il rettangolo verde: se il Mondiale 2026, pensato come festa continentale, rischierà di trasformarsi in un campo minato di veti incrociati, dove il passaporto conta più del talento.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Le autorità americane hanno concesso a un giocatore iraniano un visto a ingresso singolo, già scaduto, mentre il resto della squadra ha ottenuto visti multipli. Il capitano e un membro dello staff sono stati trattenuti ingiustificatamente in aeroporto, in un chiaro atto di sabotaggio diplomatico che minaccia la partecipazione dell'Iran al Mondiale.
La scadenza del visto di un giocatore iraniano solleva dubbi sulla sua partecipazione al Mondiale 2026, in un clima di tensioni diplomatiche tra Teheran e Washington. L'episodio, insieme a ritardi in aeroporto per altri membri della squadra, evidenzia le complicazioni pratiche che le relazioni bilaterali possono creare per un evento sportivo globale.
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