
Uno sciame di Vespa sotto l’Arco di Tito: Roma celebra ottant’anni di stile e libertà
Migliaia di scooteristi da tutto il mondo hanno invaso il centro storico per l’anniversario del mito a due ruote, tra echi di cinema e memorie antiche.
Il ronzio inconfondibile di migliaia di motori a due tempi ha riempito sabato mattina via dei Fori Imperiali, rimbalzando contro i marmi del Colosseo e della Curia. Non era il traffico caotico di una Roma qualsiasi, ma il corteo ordinato e variopinto di quasi venticinquemila Vespa, arrivate da cinquanta Paesi per festeggiare gli ottant’anni dello scooter più iconico del mondo. Dai modelli 98 del 1946 alle ultime versioni elettriche, le due ruote hanno sfilato in un carosello technicolor, con sidecar, fari bassi e alti, carrelli di rimorchio e persino un esemplare spedito in cassa dal Kuwait come un’opera d’arte. Sulla sella, appassionati da Tokyo a San Francisco, da Newcastle alla Gold Coast australiana, molti con magliette abbinate e bandiere, qualcuno con un West Highland white terrier tosato per il caldo, accucciato dietro la schiena della padrona.
Quella stessa strada, duemila anni fa, vide sfilare un altro corteo: il trionfo di Vespasiano e Tito dopo la guerra giudaica, immortalato nell’Arco di Tito che ancora oggi svetta all’imbocco del Foro. Il bassorilievo con la menorah trafugata dal Tempio di Gerusalemme – la stessa immagine scelta nel 1948 come simbolo dello Stato di Israele – ricorda che Roma è da sempre palcoscenico di memorie sovrapposte. La menorah originale, secondo alcune ipotesi, potrebbe giacere ancora nei depositi vaticani, nonostante ricerche e offerte milionarie. Così, mentre le Vespa sfilavano sotto l’arco, la città eterna univa in un solo sguardo la potenza imperiale, il mistero di un tesoro scomparso e la leggerezza di uno scooter nato dalle macerie della guerra.
La Vespa, del resto, è figlia di un’altra ricostruzione. Brevettata il 23 aprile 1946 da Corradino D’Ascanio – ingegnere aeronautico che detestava le motociclette – su idea di Enrico Piaggio, doveva essere un mezzo pratico per far ripartire l’Italia, con una scocca portante che permettesse anche alle donne di guidare senza mostrare le gambe. Il nome, si racconta, venne dall’esclamazione di Piaggio davanti al prototipo: «Ma sembra una vespa». Costava 55 mila lire, cinque stipendi di un operaio, e in pochi anni il suo «baccano di scappamento staccato» – come scrisse un cronista americano nel 1950 – divenne la colonna sonora delle città italiane, insegnando ai turisti a guardare «in quattro direzioni contemporaneamente» agli incroci.
La consacrazione globale arrivò nel 1953, quando Gregory Peck e Audrey Hepburn attraversarono Roma in Vespa in “Vacanze romane”, facendo impennare le vendite del 30 per cento in Italia e del 50 all’estero. Da allora lo scooter è comparso in oltre mille film, da “La dolce vita” a “Il talento di Mr. Ripley”, diventando un’icona pop che parla di spensieratezza, eleganza e un certo gusto per la dolce vita. Oggi, con quasi venti milioni di esemplari venduti in 110 Paesi, la Vespa continua a sedurre: negli Stati Uniti è un prodotto di nicchia ma in crescita in Stati come Florida e California, mentre in Europa e Asia resta un oggetto di culto capace di unire generazioni lontane, come dimostrano i cinquantanove anni di Andrew Walton, camionista di Newcastle arrivato a Roma dopo otto giorni di viaggio lungo il Reno, o la bambina di otto anni aggrappata al padre giapponese che scambiava adesivi con un italiano.
Allo Stadio dei Marmi, sorvegliato dalle sessanta statue giganti del Foro Italico, il Vespa Village ha esposto modelli storici e un casco in edizione limitata con la scritta “80 Years of an Icon”. Ma l’immagine più duratura resta quella del corteo che si allontana tra i sampietrini, con il cupolone sullo sfondo e il ronzio che si dissolve nell’aria calda di giugno, come se la città avesse inghiottito uno sciame gentile, restituendolo alla leggenda.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il raduno delle Vespe sotto l'Arco di Tito, monumento alla distruzione di Gerusalemme, getta un'ombra sulla celebrazione dello stile italiano. L'evento mette involontariamente in luce la scarsità di volti ebraici nella vita pubblica romana e la tensione irrisolta tra commemorazione festosa e trauma storico.
Roma si è trasformata in un teatro a cielo aperto del genio italiano mentre 25.000 Vespe sfilavano per le sue strade antiche, celebrando 80 anni di uno scooter diventato emblema globale di libertà e design. L'evento, omaggio alla visione di Corradino d'Ascanio, ha unito generazioni in un gioioso rombo di motori sotto il Colosseo e i Fori Imperiali.
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