
Undicesima notte di raid USA sull’Iran, Trump minaccia il sito nucleare di Pickaxe
Mentre proseguono i bombardamenti, il presidente americano annuncia un imminente attacco al complesso sotterraneo vicino a Natanz; Teheran avverte che sarebbe un’espansione del conflitto.
Per l’undicesima notte consecutiva le forze del Comando centrale statunitense (Centcom) hanno colpito obiettivi militari iraniani, prendendo di mira centri operativi, hangar, depositi di droni e infrastrutture logistiche. Secondo il Pentagono, l’operazione – durata circa settantacinque minuti e conclusa nelle prime ore di mercoledì – è volta a «degradare ulteriormente» la capacità di Teheran di minacciare la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz, dove negli ultimi tre mesi sarebbero state attaccate più di trenta navi mercantili. Le agenzie iraniane hanno riferito dell’attivazione delle difese aeree nella capitale e di esplosioni nelle aree portuali meridionali, a Tabriz e nella provincia del Khuzistan, mentre il Centcom ha rivendicato di aver facilitato, da maggio, il transito di circa novecento mercantili e quattrocentocinquanta milioni di barili di greggio.
La nuova ondata di raid è stata accompagnata da un’escalation verbale del presidente Donald Trump, che dalla Casa Bianca ha annunciato l’intenzione di colpire «molto presto e con grande forza» la cosiddetta Montagna Pickaxe, il complesso di gallerie sotterranee adiacente all’impianto di arricchimento di Natanz. Da Teheran, il comando militare Khatam Al-Anbiya ha replicato che un attacco a siti nucleari sarebbe considerato «un’espansione della guerra nella regione» e ha minacciato ritorsioni contro tutti gli interessi americani e dei Paesi alleati. In parallelo, i ribelli yemeniti Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno dichiarato il blocco navale dello Stretto di Bab el-Mandeb contro le navi saudite, spingendo due petroliere appena caricate a Yanbu a invertire la rotta e alimentando i timori per la tenuta delle rotte energetiche alternative al Golfo Persico.
Agli occhi degli analisti europei, il progressivo allargamento del conflitto rischia di comprimere ulteriormente i canali di approvvigionamento energetico del continente. Con lo Stretto di Hormuz già semi-paralizzato e il greggio internazionale stabilmente sopra i novantuno dollari al barile, l’estensione delle ostilità al Mar Rosso mette sotto pressione anche le forniture saudite via oleodotto, con ripercussioni dirette sui prezzi dei carburanti in Italia e nell’Unione. Bruxelles segue con apprensione l’impennata dei costi bellici – il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha quantificato in trentasette miliardi e mezzo di dollari la spesa americana finora sostenuta – e il moltiplicarsi dei fronti: Kuwait, Bahrein e Giordania hanno intercettato droni e missili, mentre il bilancio delle vittime civili iraniane, secondo fonti sanitarie di Teheran, avrebbe raggiunto cinquanta morti e cinquecento feriti solo negli ultimi raid statunitensi.
Sul piano diplomatico, il dossier resta in una fase di stallo. Il memorandum d’intesa firmato a giugno per un cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz è collassato dopo poche settimane, e il presidente Trump ha escluso nuovi incontri finché l’Iran non si dimostrerà «pronto a discutere in modo significativo». Ciononostante, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha confermato che i canali di comunicazione con Washington, attraverso mediatori, restano aperti. Il Pakistan, che già aveva favorito l’intesa provvisoria, ha ricevuto il ministro dell’Interno iraniano per un nuovo tentativo di mediazione, mentre il Qatar ha proposto una tregua di dieci giorni. Al momento, tuttavia, nessuna delle due parti ha accettato formalmente di sospendere le operazioni militari.
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| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
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Il comando militare statunitense riferisce i propri attacchi, citando il CENTCOM. La narrazione rimane all'interno del resoconto ufficiale americano, omettendo qualsiasi risposta iraniana.
Affidandosi esclusivamente alle dichiarazioni ufficiali militari statunitensi, il blocco presenta gli attacchi come un'operazione di routine e giustificata, ignorando il conflitto più ampio.
Il blocco omette le rappresaglie iraniane e la dichiarazione di guerra totale, che presenterebbero il conflitto come un'escalation reciproca piuttosto che un'operazione unilaterale statunitense.
Il comando militare e l'amministrazione statunitense parlano attraverso dichiarazioni ufficiali e rapporti sulle vittime. La narrazione inquadra l'Iran come aggressore che reagisce a attacchi statunitensi giustificati.
Presentando le azioni di entrambe le parti ma attribuendo l'iniziativa agli Stati Uniti e la rappresaglia all'Iran, il blocco giustifica gli attacchi statunitensi e ritrae l'Iran come l'escalator.
Il blocco omette le ragioni dichiarate dall'Iran per la rappresaglia, come la difesa contro l'aggressione statunitense, e minimizza il ruolo degli Stati Uniti nell'avviare gli attacchi.
Vengono citati sia funzionari statunitensi che iraniani, con la narrazione che evidenzia l'escalation reciproca e la dichiarazione di guerra. Il tono è allarmato ma equilibrato.
Inquadrando il conflitto come 'guerra totale' e citando entrambe le parti, il blocco crea un senso di drammatica inevitabilità, rendendo l'escalation apparentemente inevitabile.
Il blocco omette il coinvolgimento delle forze Houthi e il blocco navale, che amplierebbero il conflitto oltre gli Stati Uniti e l'Iran.
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