
Un voto blindato e i cauti segnali a Mosca: l’Armenia di Pashinyan cerca un nuovo equilibrio
Dopo la netta vittoria elettorale del partito filo-occidentale e il fallimento dei ricorsi dell’opposizione filo-russa, Yerevan tende la mano al Cremlino, ma senza rinunciare alla svolta strategica.
Il risultato più significativo delle elezioni parlamentari armene non è stato soltanto la conferma di Nikol Pashinyan, ma il modo in cui la sua vittoria è stata progressivamente blindata dalle procedure di controllo. Dopo che l’alleanza filo-russa «Armenia forte» aveva chiesto l’annullamento del voto denunciando presunte irregolarità, la Commissione elettorale centrale ha ricalcolato le schede di 637 seggi. Il conteggio ha ulteriormente rafforzato il partito di governo, «Contratto civile», che ha guadagnato oltre mille preferenze aggiuntive, mentre il blocco dell’ex presidente Robert Kocharyan è cresciuto di appena 217 voti. Un esito che, come sottolineano analisti di Bruxelles, depotenzia qualsiasi narrativa di frode e consolida la legittimità di una leadership che dal 2018 ha progressivamente riorientato il paese verso l’Occidente, pur senza recidere del tutto i ponti con la Federazione Russa.
L’insistenza con cui Mosca aveva provato a condizionare la campagna elettorale – con minacce diplomatiche, pressioni economiche e un’esplicita preferenza per le formazioni legate all’asse post-sovietico – si è scontrata con un elettorato che ha premiato, con il 49,8 per cento, la linea del premier uscente. Il richiamo al legame tradizionale con la Russia, perno della retorica di «Armenia forte», ha raccolto il 23,2 per cento, un bacino non trascurabile ma insufficiente a scalfire la maggioranza. Voci dal Caucaso meridionale evidenziano come il dato rappresenti il miglior risultato per le forze filo-russe dal 2018, segno che una parte della società armena guarda con inquietudine alla perdita della tradizionale copertura di sicurezza. Tuttavia, la stessa opposizione, chiedendo l’annullamento, ha finito per isolarsi: la richiesta è stata respinta non solo dai numeri, ma anche dalla cronaca di un riconteggio che ha rafforzato l’avversario, un paradosso che ridimensiona la tesi di un Cremlino capace di dettare le sorti elettorali.
Proprio mentre la commissione elettorale certificava la vittoria di Pashinyan, da Yerevan arrivavano segnali di distensione. Il primo ministro ha telefonato a Vladimir Putin in occasione del Giorno della Russia e ha annunciato una prossima visita a Mosca. Il vicepremier Mher Grigoryan, durante un ricevimento nella capitale armena per la stessa ricorrenza, ha definito «di lungo termine» e «fondamentale» il patrimonio di cooperazione bilaterale, aggiungendo che i dissensi possono essere superati grazie a un dialogo aperto. Parole che, secondo diplomatici europei, non vanno lette come un ripiegamento, ma come la volontà di preservare un canale di comunicazione indispensabile in un quadrante dove la Russia resta l’attore militare più ingombrante, con basi e forze di interposizione che incidono sulla sicurezza dell’intera regione, e di riflesso sugli interessi energetici e migratori dell’Italia.
L’orizzonte delle relazioni russo-armene si presenta dunque come uno spazio di ambiguità calcolata. Se l’analisi del Carnegie Politika, diffusa da diverse fonti russe, invita a non esagerare la portata del fallimento del Cremlino, è perché Pashinyan ha tutto l’interesse a non trasformare la vittoria in una rottura irreversibile. L’economia armena dipende ancora in misura rilevante dalle rimesse e dagli scambi con la Russia, e il conflitto con l’Azerbaigian ha dimostrato quanto sia rischioso restare senza un ombrello di sicurezza. Al tempo stesso, da Bruxelles si osserva con favore la tenuta di un governo che ha fatto della lotta alla corruzione e dell’avvicinamento all’Unione Europea i propri vessilli. Per l’Italia, partner commerciale modesto ma attento alla stabilizzazione del Vicinato orientale, un’Armenia capace di dialogare su due fronti – senza diventare terreno di uno scontro a somma zero – rappresenta uno scenario meno preoccupante di un Caucaso nuovamente polarizzato. La partita vera, adesso, si gioca sulla capacità di Pashinyan di negoziare con Mosca le condizioni della coabitazione, a partire dalla cornice di sicurezza del Nagorno-Karabakh, dove ogni gesto unilaterale potrebbe riaprire ferite profonde.
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Russia e Armenia affrontano divergenze, ma i funzionari esprimono speranza che un dialogo aperto possa superarle. Il riconteggio dei voti ha confermato la vittoria del partito al governo, con lievi aggiustamenti, mentre l'opposizione filorussa ha guadagnato qualche consenso. La via della riconciliazione resta aperta attraverso la comprensione reciproca.
Un partito di opposizione filorusso in Armenia ha chiesto l'annullamento delle elezioni parlamentari, denunciando presunte irregolarità. La contestazione arriva nonostante la schiacciante vittoria del premier in carica e il suo orientamento verso l'Occidente. La mossa evidenzia le tensioni persistenti tra le forze filo-Mosca e l'attuale leadership.
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