
Tra missili e riscatto: il Qatar di Lopetegui cerca la sua rivincita mondiale
Otto anni dopo il trauma spagnolo e quattro dopo il flop casalingo, il tecnico basco debutta in un Mondiale segnato dalla guerra e dalla qualificazione sofferta.
A distanza di otto anni dall’esonero-lampo che lo privò del Mondiale russo con la Spagna, Julen Lopetegui esordisce finalmente in una Coppa del Mondo, seduto sulla panchina del Qatar. L’avversaria è la Svizzera, e la sfida in programma a Santa Clara, in California, arriva in un clima di precarietà assoluta. I padroni di casa del 2022, reduci dall’umiliazione di tre sconfitte e un solo gol segnato, sono riusciti a strappare il pass per il Nordamerica solo in extremis, e ora si presentano con l’intenzione dichiarata di non accettare regali da nessuno.
Dietro le dichiarazioni di circostanza c’è una realtà ben più cupa. La preparazione del piccolo emirato del Golfo è stata stravolta dalle conseguenze dell’allargamento del conflitto in Iran. Secondo quanto emerso dalla stampa mitteleuropea, nelle ultime settimane Doha ha vissuto un clima da coprifuoco: allarmi aerei, messaggi sui telefoni mobili con l’ordine di mettersi al riparo, l’impossibilità di disputare partite amichevoli e persino periodi di vero e proprio arresto domiciliare imposti per ragioni di sicurezza. Lopetegui, spagnolo di Asteasu, ha imparato a convivere in prima persona con la paura dei bombardamenti, un’esperienza che ha segnato il gruppo e ridotto al minimo gli automatismi tattici.
Eppure l’ex portiere del Real Madrid non è uomo che si lasci intimorire dalle avversità. Negli ambienti sportivi iberici il suo percorso viene riletto come un romanzo di formazione tormentato: nel 2018 firmò con il Real Madrid a ridosso del Mondiale, la Federcalcio spagnola lo licenziò su due piedi e Fernando Hierro condusse la Roja al disastroso ottavo di finale. «In due settimane andò male tutto ciò che poteva andare male», ha ricordato di recente. Quell’episodio, che in Italia suscitò un vivace dibattito sulla commistione tra club e nazionali, lo ha reso un sopravvissuto. Dopo il Siviglia e un esilio dorato in Qatar, oggi guida una nazionale che ha fatto della resilienza la propria bandiera.
Dalla prospettiva del Golfo, l’obiettivo non è la qualificazione miracolosa agli ottavi, ma restituire dignità a un movimento che nel 2022 toccò il fondo. Il capitano Hassan Al Haydos ha promesso «massimo impegno», mentre Lopetegui ripete che «nessuno ci ha regalato niente» e che la squadra è qui per competere. I commentatori emiratini e qatarioti sottolineano come il vero risultato sia stato arrivarci, a questo Mondiale, con le proprie gambe, in un contesto in cui le amichevoli sono state cancellate e gli spostamenti limitati dalle sirene. La partita contro la Svizzera, squadra solida e ben organizzata, diventa così un termometro: basterà l’orgoglio per colmare il divario tecnico e il deficit di preparazione?
In chiave futura, la sfida si inserisce in un discorso più ampio che tocca anche l’Europa. L’Italia, assente dalla fase finale per la terza volta consecutiva, osserva con un misto di distacco e curiosità un Mondiale che per Doha rappresenta l’occasione di voltare pagina. Se il Qatar riuscirà a non sfigurare, il lavoro di Lopetegui potrà essere considerato un successo, al di là del punteggio. Ma nel calcio, come nella geopolitica mediorientale, le certezze sono un lusso che la regione non può permettersi.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La nazionale qatariota arriva al mondiale nordamericano travolta dal ricordo del flop casalingo del 2022, con un allenatore segnato dalle polemiche e un giocatore agli arresti domiciliari. La guerra con l'Iran aggrava un quadro già disastroso, rendendo la partita contro la Svizzera una missione quasi impossibile.
Il Qatar non si aspetta regali e si presenta al mondiale con la consapevolezza di dover riconquistare l'orgoglio dopo il 2022. L'allenatore Lopetegui, alla prima vera Coppa del Mondo dopo il divorzio dalla Spagna, sottolinea la competitività e l'impegno massimo del capitano Al Haydos.
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