
Stretto di Hormuz: Teheran e Mascate avviano il comitato congiunto, ma restano divergenze su pedaggi e colloqui con gli USA
L’Iran nega incontri diretti a Doha mentre invia esperti per i fondi bloccati; Oman aperto a tariffe per servizi, ma nel quadro del diritto internazionale.
Il negoziato sulla futura gestione dello Stretto di Hormuz entra in una fase operativa con la prima riunione del comitato congiunto Iran-Oman, mentre Teheran smentisce qualsiasi colloquio diretto con gli Stati Uniti a Doha e annuncia l’invio di propri esperti per seguire il dossier dei fondi congelati. Secondo quanto dichiarato dal viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi, il comitato ha esaminato le questioni correnti e le modalità di amministrazione futura dello stretto, nel quadro del punto 5 del memorandum d’intesa di Islamabad e dei diritti sovrani degli Stati costieri. Parallelamente, fonti iraniane confermano che una delegazione tecnica si recherà nella capitale qatariota per dare seguito all’attuazione dell’intesa, con la mediazione di Doha, ma senza alcun incontro con rappresentanti statunitensi.
La posizione iraniana, illustrata da Gharibabadi in più interventi, insiste su un nuovo assetto gestionale dello stretto, giustificato dalla necessità di garantire la sicurezza nazionale. Teheran afferma che, in base all’intesa, lo sminamento sarà condotto esclusivamente dall’Iran e che per un periodo transitorio di 60 giorni il passaggio delle navi commerciali sarà assicurato senza costi. Sul lungo periodo, l’Iran intende concordare con l’Oman un sistema di tariffe per servizi di navigazione, sicurezza e protezione ambientale, non qualificato come pedaggio di transito. Gharibabadi ha avvertito che, qualora Mascate non volesse cooperare, l’Iran procederà da solo nella gestione dello stretto. Fonti iraniane hanno inoltre respinto con fermezza l’offerta francese di contribuire allo sminamento, ribadendo che nessun paese terzo sarà autorizzato a intervenire.
Da parte omanita, il ministro degli Esteri Badr al-Busaidi ha chiarito che Mascate non sostiene l’imposizione di pedaggi per il semplice attraversamento, ma è disponibile a discutere meccanismi di copertura dei costi per servizi marittimi, nel rispetto della Convenzione ONU sul diritto del mare. Fonti omanite indicano che qualsiasi intesa futura dovrà essere conforme al diritto internazionale e che modelli come lo Stretto di Malacca e Singapore potrebbero offrire spunti. Un’analisi pubblicata dalla testata The Conversation, e ripresa da media iraniani, sostiene che l’Iran non avrebbe basi giuridiche né pratiche per imporre pedaggi permanenti: lo Stretto di Hormuz è una via d’acqua internazionale soggetta al diritto di passaggio in transito, e la sua larghezza (circa 39 km nel punto più stretto) renderebbe impossibile un controllo paragonabile a quello esercitato nei canali artificiali di Suez o Panama.
Sul fronte dei colloqui con Washington, si registra una netta divergenza di versioni. Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un incontro a Doha, e la portavoce della Casa Bianca ha indicato la partecipazione dell’inviato Steve Witkoff e di Jared Kushner. Fonti iraniane, invece, negano qualsiasi appuntamento, precisando che la presenza di esperti a Doha è finalizzata esclusivamente al seguito del memorandum, con la mediazione qatariota. Il dossier dello Stretto di Hormuz resta dunque aperto: il comitato congiunto Iran-Oman proseguirà i lavori, mentre la questione dei fondi bloccati sarà affrontata nei prossimi giorni nella capitale qatariota, senza un canale diretto tra Teheran e Washington.
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Iran e Oman stanno negoziando un nuovo quadro di gestione per lo Stretto di Hormuz, sottolineando la responsabilità congiunta e la possibilità di tariffe volontarie per servizi. Teheran respinge qualsiasi interferenza esterna e presenta i colloqui come un'evoluzione naturale dei propri diritti sovrani, liquidando come ipotetiche le voci su pedaggi di transito.
L'Iran minaccia di amministrare unilateralmente lo Stretto di Hormuz se Oman non coopera, suscitando allarme per possibili turbative. Gli analisti sostengono che la capacità legale e pratica di Teheran di imporre pedaggi sia debole e che la mossa venga interpretata come una tattica di pressione più che una rivendicazione legittima.
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